CAMPIONARIO Libri mai mai visti (1995-2004)

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CAMPIONARIO dei Libri mai mai visti premiati e segnalati nelle prime 10 edizioni del concorso (1995-2004)
Russi, VACA Edizioni, 2004
200 pp., 6,5 x 16,5 cm
rilegato con vite in acciaio

Testi tratti dal CAMPIONARIO

L’ULTIMO LIBRO
di Giovanni Baule
Quando i profeti della galassia elettronica hanno preconizzato la fine del libro – il libro come “macchina intelligente”, dotato di un supporto materiale che trasforma la lettura in un percorso e in una scoperta, in una ritualità del voltar pagina, in un’avventura di carte e di inchiostri, dove il frusciare e gli odori e la tessitura delle superfici già sono un mondo – non pensavano a un fatto. Darwiniani convinti, ma un po’ integralisti, non hanno fatto i conti con le leggi più sottili dell’evoluzione, con i processi di reazione che talvolta si impongono nei processi di mutamento. Certo, le prospettive stavano tutte da una parte: l’avvento del digitale, l’assottigliarsi della materia, il testo virtuale che sta prima e può prescindere da qualunque forma di scrittura, da qualunque supporto materiale: insomma, il “testo” come una sorta di memoria astratta che non fa i conti con la visibilità. Le retoriche del virtuale non hanno fatto i conti con il bisogno di prendere in mano e di sfogliarla questa “scatola del testo”. Nelle opere inviate a Libri mai mai visti si scopre in realtà questo diffuso bisogno di un libro visibile, manipolabile e praticabile sul piano sensoriale: una sorta di pubblica petizione in favore del libro oggetto. Ecco allora la carta, anzi le carte: lavorate, incise, deturpate; o, in sua vece, materiali e supporti di ogni tipo. E poi, ancora, le scritture: crittografiche, esoteriche, calligrafiche, tipografiche, fantastiche, illeggbili. E infine, le nuove macchine-libro: involucri, marchingegni, sculture. Una rivisitazione dell’oggetto-libro “dal basso”, si sarebbe detto qualche anno fa, proposta da un progettista collettivo che , ancora innamorato del libro, costruisce la notte, nasconde nei suoi cassetti, qualcosa che gli potrebbe essere tolto. Vengono così alla luce, emergono questi “sogni di libri”, questo bisogno “del libro”. Sta qui il senso di questa rassegna, che meriterebbe per questo un riconoscimento ancora più vasto: ha saputo farsi interprete di un desiderio diffuso, di un amore partecipato per l’oggetto libro. Che in questi casi non si ripresenta necessariamente come prototipo – in carta e inchiostro-, ma pre-gutenberghiano e gutenberghiano come modello operativo: nasce da un’alchimia di materiali, come costruzone da laboratorio di alto artigianato. Mentre riflettiamo sul libro on demand, quello che ci viene spedito in copia dopo averlo acquistato su internet, o sui lettori portatili, quei piccoli schermi tascabili su cui “caricare” testi da leggere, eccola, puntuale, la reazione del libro che, nella fantasia collettiva, vuole tornare ad essere qualcosa di materico, di consistente. Nel romanzo Gli anni della Fenice di Ray Bradbury, successivamente ripreso nel 1966 da Truffaut nel film Farenheit 451, si ipotizzava, in una proiezione fantapolitica, un mondo a controllo totale, governato da maxischermi domestici: un mondo in cui i libri, ma in sostanza il supporto materiale del testo in ogni sua forma, erano vietati e condannati al rogo; solo alcune comunità di clandestini si sarebbero assunte il rischioso compito di conservare la memoria dei testi: gli “uomini-libro”, appunto. Ci riporta, questa storia, ad un paradosso del presente che ci vorrebbe privati forzosamente della materialità del testo; ma ecco spuntare dalla clandestinità centinaia di artigiani del libro… L’ultimo libro è il primo libro.

LUNGA VITA AI LIBRI MAI MAI VISTI
di Alvaro Becattini
La memoria, a volte carente, non mi aiuta. Non ricordo le motivazioni usate per farmi entrare nella Giuria del premio, ricordo però molto bene come concepivo allora e come concepisco adesso il ‘libro’. Ho frequentato negli anni settanta il corso di “Progettazione grafica” tenuto da Remo Muratore all’Accademia di belle Arti di Ravenna. Muratore era un importante grafico milanese ed il suo corso era improntato al rigore del metodo come ragione come declamava una dedica sul libro ‘Lo Studio Boggeri” che mi regalò a fine corso. Quando iniziammo, mi sembra al secondo anno, ad affrontare il problema ‘libro’ con tutta la problematica inerente la grafica editoriale l’invito ricorrente da parte di Muratore era: un segno in meno; una grafica a togliere quella che cercava di trasmetterci, un invito continuo a non usare fronzoli inutili, niente linee superflue, gabbia d’impaginazione rigida, caratteri da stampa Garamond, Times, Bodoni, Helvetica come massima concessione al moderno. Dalla metà degli anni settanta, quando ho iniziato un’attività come grafico e come editore (semi-clandestino) di ‘Libri d’Artista’, a questi insegnamenti ed a questo concetto di ‘libro’, ho cercato di essere fedele il più possibile. Con questo modo, abbastanza rigido, di pensare e concepire il ‘libro’ quando anni fa sono entrato nella Giuria dei “Libri mai mai visti” mi sono trovato ad esaminare ‘libri’ molto diversi da quelli che ero solito preferire: qualcuno presenta libri abbastanza tradizionali nel formato e nella struttura ma molti autori sembrano invece scegliere il rischio e l’arbitrio nel concepire e presentare i loro progetti. Ogni anno mi trovo così di fronte a dei valori che violentano un po’ il mio concetto di ‘libro’ ma che provocatoriamente finiscono per convincermi ad apprezzare un modo diverso di pensarlo e progettarlo. Mi viene da dire come Munari, in una sua dichiarazione del novembre ’97, che questi libri non sono progettati a tavolino, crescono da soli, ma non tanto per essere venduti, quanto per essere un segnale, da poco, che però comunica una cosa molto importante: per me l’estrema libertà e la felicità nel realizzarli che trasmettono.
Quindi, per quel che mi riguarda, lunga vita ai ‘Libri mai mai visti’.

IN LODE DELL’INVENZIONE DI VACA
di Paola Pallottino
Quei libri dalle innocenti legature serrate intorno a preziose pagine in cartamoneta, quelli diligentemente scavati fino a tramutarsi in romantici ripostigli per reliquie segrete, quelli che nell’ipnotico tripudio del trompe-l’oeil rinascimentale e barocco si offrivano con lascivo inganno alla vista, per deludere il tatto -tutti quei livres feints, insomma, che alludono, negandola, alla lettura-, non sono forse i progenitori di questi straordinari Libri mai mai visti? Nel tempo, l’inestricabile intreccio delle principali valenze storico-antropologiche del libro, finirà per generare anche la negazione della sua realtà oggettuale a favore di contenuti più squisitamente concettuali, destinati a registrare l’amara consapevolezza di una ‘indicibile’ contemporaneità, in quei ‘testi prigionieri’ -per dirla con Borges- che a partire dagli anni Sessanta verranno icasticamente esemplati nelle cento pagine bianche di Piero Manzoni, nel Libro cancellato di Emilio Isgrò, nel Libro illeggibile di Bruno Munari o nei Libri sigillati di Sarenco, fino alle ciclopiche gallerie di Ansel Kiefer che, con visionaria circolarità, dovrà fondere il piombo dei caratteri per erigere le sue pagine metalliche. Così, la parola primigenia impressa a fuoco sul libro di pietra si fa muta, per diventare materia di un nuovo linguaggio che torna alla corteccia e alla foglia, per estendersi al vetro, alla latta, alla stoffa, alla sabbia, alla plastica… E su tutto, l’incandescente fantasia delle forme e dei colori, in una gamma di soluzioni figurative che esplorano ogni risorsa dell’illustrazione. Dagli estenuati paradisi ornamentali alle più fulminanti metafore iconografiche. Libri tattili, celibi, mobili, virtuali, celebrano l’antico, irrinunciabile giuoco degli inganni, moltiplicando all’infinito il dominio dei sensi. Libri mai mai visti, dunque, che alla quinta edizione, mantengono inalterata, e amplificano, la felicità di farsi toccare, gustare, odorare, ascoltare. Ma soprattutto: perdutamente guardare.

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