La Divina Commedia

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Commedia con il commento di Benvenuto da Imola nella traduzione di Giovanni Tamburini
a cura di W. Pretolani
Premessa di Emilio Pasquini
Nota biografica su Giovanni Tamburini e disamina della sua opera a cura di Ivan Rivalta
Russi (RA), VACA, 2009. Voll. 3, in 8, cofanetto e sguardie xil. di Umberto Giovannini

€ 60,00

 

Premessa [alla ristampa anastatica della traduzione Tamburini del Comentum di Benvenuto da Imola]

Nella prolusione del 1903 al suo insegnamento pisano di Grammatica greco-latina Giovanni Pascoli muoveva dalla citazione di una definizione fulminante, dovuta al grande filologo tedesco Ulrich von Wilamowitz Moellendorf, nella prefazione (1891) all’edizione dell’ Ippolito di Euripide («resta l’anima, muta il corpo; la vera traduzione è metempsicosi»), per evidenziarne subito limiti e difficoltà, affermando, giustamente, che «mutando corpo, si muta anche anima». Non possiamo non essere d’accordo con lui in presenza di questa traduzione ottocentesca del capolavoro trecentesco di Benvenuto da Imola: dovuta alla penna di chi nella prefazione (Intorno alla vita ed opera di Benvenuto Rambaldi) evoca quali numi tutelari della sua fatica i capofila della scuola classica romagnola, Vincenzo Monti, Ippolito Pindemonte e Giulio Perticari, ma anche i minori Francesco Cassi e Dionigi Strocchi. In altre parole, il modesto purista Giovanni Tamburini non poteva essere l’ideale traduttore di un testo straordinario come il Comentum, ricco di diversi umori e capace di un’ampiezza di registri che vanno dal familiare all’accademico: tale, insomma, che avrebbe richiesto la penna di un Pier Paolo Pasolini o di un Cesare Pavese.
Si rifletta a come, dopo aver accennato nella stessa prefazione all’inopportunità di riproporre il testo latino volendo rivolgersi a un largo pubblico digiuno di quella lingua, egli chiarisca la propria strategia:

   Divisai pertanto di voltare, come sapeva, l’intero commento in italiano, attenendomi nella prima cantica più strettamente al testo, onde offrire un esempio della forma di insegnamento di que’ giorni: fui meno legato nelle altre due cantiche.

Troppo facile sottolineare il sapore arcaizzante del verbo divisai per “decisi” e di una forma quale l’imperfetto  sapeva con la desinenza –a per la prima persona; più importante verificare l’asserzione di una maggiore libertà nella resa di Purgatorio e Paradiso. Effettivamente, se uno legge l’originale di Benvenuto nella chiosa a Purg. XXVIII 48 ss.:

Et hic nota […], lector, quam pulcros rythmos Poeta noster fabricavit in tam pulcra materia. Ex quo apparet verum esse illud quod festive dixit quidam in commendationem eius: dicebat enim quod quando Dante primo parabat se ad tam nobile poema, omnes rythmi mundi presentarunt se conspectui eius tamquam pulcerrime domicelle suppliciter rogantes singule, ut dignaretur admittere illas libenter in opere tanto. At ille cepit vocare nunc istam nunc illam, et unamquamque in ordine secundum exigentiam materie collocare: tandem, libro ad felix complementum producto, nulla remanserat extra: sub hoc curiali dicto volens ostendere, quod videtur impossibile extorquere rithmum Danti. […]

e prova a tradurlo nel normale italiano d’oggi:

E qui sta attento, lettore, a quanti splendidi ritmi, fra accenti e rime, il nostro poeta seppe fabbricare trattando una materia tanto alta. Ne risulta come sia vero quanto raccontò un tale per lodarlo; egli infatti diceva che quando Dante si stava apprestando a comporre un poema così nobile, tutti i ritmi del mondo si presentarono al suo cospetto in forma di bellissime ragazze, supplicandolo tutte singolarmente che si degnasse di farle entrare generosamente in un’opera così importante. Così lui cominciò a chiamare ora questa ora quella, e a collocare ciascuna al suo posto secondo le necessità della materia trattata. Alla fine, portato felicemente a compimento il suo libro, nessuna di quelle era rimasta fuori. E’ evidente che quel tale con questo elegante racconto voleva dimostrare come sembri impossibile strappare a Dante il segreto del suo ritmo

non può che rimanere trasecolato di fronte alla resa radicalmente compendiosa del nostro Tamburini (volume secondo, p. 551), per giunta non priva di equivoci (i ritmi diventano le Muse, l’aneddoto si trasforma in una supposizione) e delle solite forme antiquate (dal ponevasi al niuna e al supposto):

Taluno suppose che quando egli ponevasi a quest’opera, le muse tutte gli si mettessero dinanzi agli occhi come altrettante serve ed ancelle, pregandolo ciascuna ad ammetterla ed esercitarla, e che Dante cominciasse a chiamare ora questa ora quella a seconda della trattazione, e che a fine dell’opera niuna fosse dimenticata o mal contenta. L’opera stessa è la prova di verità del supposto,

Qui dunque si perde il corpo, ma si perde anche l’anima, se vogliamo far entrare in gioco la bella definizione di Wilamowitz censurata e corretta da Pascoli. Non è solo questione di tagli o di travisamenti; si perde infatti proprio ciò che è specifico di Benvenuto: per dirla con Andrea Battistini, il «gusto affabulatorio» e la «vena novellistica». Una perdita che in buona parte si registra anche nella prima cantica, dove tuttavia il Tamburini mostra ben altra fedeltà se non anche maestria (si vedano nel primo volume le pp. 97 ss. a proposito di Esaù e della perifrasi «colui / che fece per viltade il gran rifiuto» e la p. 163 per Francesca e il suo racconto, a partire da «Noi leggiavamo un giorno per diletto …»);  qui ha davvero ragione Ivan Rivalta quando afferma: «traduceva come un buon professore di liceo». In questi limiti e riflettendo alle misure del monumentale Comentum, rallegriamoci dunque di avere a disposizione questo prezioso strumento, che del resto un conoscitore del latino come Giovanni Pascoli mostrò di non sdegnare utilizzandolo tranquillamente.

Emilio Pasquini


Nota bibliografica

Sulle caratteristiche e i meriti del commento di Benvenuto esiste una cospicua bibliografia, in parte richiamata dal curatore del presente volume, di cui è impossibile dare conto in questa sede. Ci limitiamo dunque ad aggiornarla con gli ultimi contributi: Andrea Battistini, Miti, leggende e personaggi di Romagna nei primi commentatori della “Commedia” e Alfredo Cottignoli, «Auctor» e «lector» in Benvenuto lettore di Dante, nel volume Dante e la fabbrica della “Commedia”, a cura di Alfredo Cottignoli, Donatino Domini, Giorgio Gruppioni, Ravenna, Longo, 2008, pp. 283 ss. e 305 ss. Resta d’obbligo, in ogni caso, il rinvio alla bella voce Benvenuto da Imola allestita da Francesco Mazzoni per l’Enciclopedia dantesca, la quale ha il pregio di segnalare le postille più interessanti con riferimento ai volumi dell’edizione Lacaita (1887), posteriore dunque di un trentennio alla traduzione che qui si ristampa (1855-56). Il Tamburini infatti, come ci insegna la documentata prefazione di Ivan Rivalta, fu costretto a lavorare sulla copia del manoscritto Estense eseguita dal bibliotecario Luigi Lodi; e la sua opera, durata un quinquennio, dal 1844 al ’49, fu per quanto possibile scrupolosa, anche se il Mazzoni persiste a definirla «di scarso valore scientifico».

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Amore & ignoranza
 

 Affrontare l’edizione, seppure in anastatica, della Divina Commedia col Commento di Benvenuto da Imola, richiede almeno uno di questi due requisiti: grande competenza o notevole incoscienza oppure, in subordine, amore viscerale e ignoranza rispetto alle difficoltà del compito a cui ci si accinge. Chiaramente mi metto in ogni caso nel secondo termine, eppure vale la pena dichiarare come si è giunti alla determinazione di chiedere alla Fondazione della Cassa di Risparmio di Imola di darci manforte nell’impresa.

Ristampare testi antichi introvabili e costosi, è il motivo della nascita della VACA vari cervelli associati nel 1989. All’origine il lavoro di ristampa dell’ opera di Tomaso Garzoni  La Piazza universale di tutti i mestieri del mondo, a cui fece seguito L’Hospidale dei pazzi incurabili e infine,  Il Serraglio de gli stupori del mondo, ultima e molto discussa opera del Garzoni, uscita postuma e mai più ristampata dal XVII secolo.
Certo non è introvabile la Divina Commedia ma questa nostra, con il Commento di Benvenuto tradotto in italiano, sì; a meno che non ci  s’accontenti della consultazione su Internet e di stamparne qualche pagina poco leggibile poichè hanno usato un esemplare pessimo; ed è poi poco probabile che qualcuno si stampi tutte le duemilacentocinquanta pagine che la compongono.
La questione fondamentale è comunque un’altra: è ancora valida la traduzione in italiano fatta dall’avvocato Giovanni Tamburini fra il 1844 e il 1849 e stampata dalla Galeati di Imola, con ampie sforbiciate, negli anni 1855 – 1856? Ad una domanda così impegnativa la risposta di un non esperto e non erudito, quale sono io, è semplice e disarmante: l’ho letto e mi è piaciuto assai e mi sono sentito in mezzo alle genti della Commedia come mai prima. Certo non basta, anzi può essere fuorviante un simile modo d’immergersi nel Poema. Se amore & ignoranza avevano mosso i nostri primi passi, cultura e abnegazione hanno spinto a fare il resto, e il responso di uno dei maggiori dantisti viventi, Emilio Pasquini con la sua Premessa in capo d’opera, e la lunga e dotta analisi fatta del latinista Ivan Rivalta e posta come Introduzione è quanto di più affermativo si potesse desiderare.
Restano da dire alcune cose “tecniche” e cioè che non ci siamo limitati a fare un’anastatica pura e semplice ma che siamo intervenuti per cambiare le singole lettere avariate laddove rendevano difficile la lettura e, ancora, a ripulire le pagine dallo sporco e dalle tracce che il tempo vi aveva depositato sopra. La qualità della carta e le originali xilografie incise da Umberto Giovannini a decoro dell’opera,  portano a dire che s’è fatto tutto il possibile perché il testo che avete in mano fosse quanto di meglio era nelle nostre forze fare.

Chiudo qui dicendo con gli antichi stampatori: o benigno lettore, possa tu condividere con noi la gioia di questo lavoro.

Walter Pretolani e VACA vari cervelli associati

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Giovanni Tamburini e la sua traduzione del Comentum di Benvenuto da Imola
Breve storia di un’opera vilipesa ma amata dal pubblico e apprezzata da Giovanni Pascoli

Per strano che possa parere, proprio Imola, patria di Benvenuto, per secoli fu priva del Comentum super Dantis Comoediam. A procurarle una copia dell’originale, a tradurla e a darla alle stampe, provvide a metà dell’Ottocento Giovanni Tamburini, personaggio di cui finora si è scritto poco e male. Questa ristampa della sua traduzione e la conseguente necessità di far luce sulla sua figura hanno dato occasione di riconoscerne i meriti e di ristabilirne il buon nome.

Nacque egli a Imola il 28 gennaio 1789 e, stando a quanto annotato nel Liber mortuorum di San Cassiano,1 vi morì di colera il 23 luglio 1867, dopo una vita funestata dai lutti famigliari.[i]

Nato di cospicua famiglia, non ne fu l’unico esponente degno di memoria: il fratello Gioacchino fu vescovo di Narni e poi di Cervia, mentre il nipote Ugo fu sindaco d’Imola nonché fotografo (ancor oggi risulta preziosa la sua opera di documentazione sulla città).

Della sua professione di avvocato si ha testimonianza in alcuni opuscoli a stampa, pubblicati in particolare tra gli anni Venti e gli anni Trenta dell’Ottocento; dalla Patente di esercizio conservata tra i Documenti e Lettere relativi all’avv.to Giovanni Tamburini[ii] si può tuttavia ricavare che ancora nel 1855 egli esercitasse l’avvocatura.

Ottenne in vita parecchi riconoscimenti, dalla laurea in Legge nel 1811 fino alla cittadinanza nobile sammarinese nel 1837; fu presidente dell’Accademia degli Industriosi e membro di altre dieci accademie, ricevette da due distinti governi, quello Napoleonico (1812) e quello Pontificio (1841), attestazioni ufficiali del proprio talento e dei suoi specifici meriti letterari: la più recente di esse reca la firma dell’allora cardinale Mastai Ferretti, il futuro Pio IX.

Per oltre un quarto di secolo l’attività culturale del Tamburini coincise colla vita della risorta Accademia degli Industriosi, di cui fu presidente dal 1835 in poi, pressoché senza interruzioni, in deroga al regolamento e nonostante i ripetuti tentativi di recedere dalla carica.

Di tale Accademia la Biblioteca Comunale d’Imola conserva un carteggio relativo agli anni dal 1822 al 1859, nonché l’Elenco degli Accademici Industriosi redatto nel 1857 e inserito nel volume degli Atti degli Accademici Industriosi.[iii] Altre informazioni si ricavano dai Documenti e Lettere relativi all’avv.to Giovanni Tamburini, donati nel 1898 dal nipote Ugo Tamburini, assieme all’autografo della traduzione.[iv]

Ricorrendo a queste fonti è possibile ricostruire la storia dell’Accademia, più diffusamente per gli ultimi quarant’anni di attività e con maggiori incertezze per i secoli precedenti.

Giovanni Tamburini e l’Accademia degli Industriosi

Mancando finora una compiuta storia di questa istituzione, visto che essa scomparve col Tamburini e culminò per suo merito nel nome di Dante, non parrà fuori luogo ripercorrerne le vicende.

Anche se per il nostro Tamburini “dagli Archivi Comunali e da pregevoli documenti possiamo avere per indubitato che l’Accademia di belle lettere fosse in Imola fondata nel 1482 da Catterina Sforza”[v], la sua storia accertabile è più recente di quasi due secoli, e si può leggere nell’opera di Michele Maylender,[vi] dove sono riportate ed integrate le notizie ricavabili dai volumi del Malatesta Garuffi[vii] e dell’Alberghetti[viii].

L’Accademia sarebbe dunque sorta nell’anno 1656 in casa di Orazio Ceroni, che alzò per impresa generale un telaio da tessere col motto dum agitatur agit[ix] (lo stesso che si leggeva ancora nei diplomi ottocenteschi). A protettore in terra fu scelto il cardinal Stefano Donghi, vescovo d’Imola, mentre la tutela celeste venne affidata a San Pier Crisologo. Secondo il Garuffi, che scriveva a trent’anni dalla fondazione dell’Accademia, essa era già in crisi, come a suo dire accadeva allora di tutte le accademie d’Italia.

Dai documenti originali giunti fino a noi, tutti successivi alla Restaurazione, si ricava che nel 1823 ne era presidente il canonico Gioacchino Tamburini, all’epoca professore di teologia e fratello del Nostro, il quale allora vi ricopriva la carica di censore.

Le principali autorità accademiche erano infatti il presidente, il vicepresidente e i censori: dopo la riattivazione questi ultimi erano in numero di quattro e senza la loro approvazione nulla si poteva recitare in pubblico. Erano previste almeno due sedute all’anno, ma altre si potevano convocare a piacere dal presidente o su invito della Magistratura d’Imola, che per sopperire alle spese necessarie stanziava ogni anno una somma, in genere pari a 60 scudi. L’Accademia non aveva una propria sede ma, a richiesta, le aule comunali erano sempre a disposizione per le tornate e per le pubbliche sedute.

Tra Sette ed Ottocento appartennero all’Accademia molti letterati di fama nazionale, come lo Zappi, il Metastasio, il Monti, il Pindemonte, il Perticari, il Cassi e lo Strocchi.[x] Il diploma di accademico industrioso d’Imola valeva per essere ammesso ai Congressi degli scienziati italiani, che si tennero a partire dal 1839 in varie città della penisola.

In seguito agli avvenimenti politici del 1831, nello Stato Pontificio tutte le accademie furono disciolte e ben poche ottennero in seguito la riattivazione.

La storia successiva dell’Accademia degli Industriosi, quella che interessa direttamente il Comentum di Benvenuto, si legge in una lunga relazione morale con cui il Tamburini, l’11 Febbraio 1847, tentò invano di rinunciare alla presidenza.

Dopo che nell’Aprile 1831 con decreto della Sacra Congregazione degli Studi venne ordinato che tacessero tutte le accademie di scienze e discipline, la nostra Magistratura Comunale sempre zelante del patrio decoro ottenne dalla stessa Sacra Congregazione che la nostra Accademia degl’Industriosi fosse riattivata, come lo fu con benigno rescritto 14 Marzo 1835. Furono anche approvati gli Statuti Accademici, e si aggiunse che la nomina del Presidente fosse in ogni anno, e si sottoponesse la nomina alla Sacra Congregazione onde riportarne l’approvazione.

Nel giorno 7 Luglio 1835 convocati pertanto gli Accademici Industriosi devennero alla nomina del nuovo Presidente: questa cadde sopra di me, più per amore de’ compagni che per reali miei meriti. Con dispaccio 18 Luglio 1835 mi fu notificata l’approvazione della Sacra Congregazione e per rispondere a tanto onore sollecitai la tornata 11 Novembre 1835 sul tema Le lodi del Principe, anche per argomento di gratitudine alla concessione negata a tante altre Accademie. Convocai gli Accademici per altra pubblica sessione che ebbe luogo la sera delli 12 Febbraio 1836 sopra tema libero e giocoso; e finalmente destinai altra sessione pubblica sulle lodi di Maria che ebbe luogo li 13 Maggio 1836.

Scorso il primo anno di riattivazione accademica, chiamai a congresso i compagni miei nel dì 1° Settembre 1836 e feci istanza per la nomina d’altro Presidente; ma venni confermato ad unanimità di voti; e la Sacra Congregazione vi aggiunse l’approvazione propria. Nel secondo anno di mia Presidenza ebbe luogo una sola tornata nella sera 3 Febbraio 1837 sul tema libero e giocoso come di costume.

Compiuto appena il secondo anno di mia rappresentanza, nel generale congresso delli 8 Settembre 1837 feci viva insistenza per la nomina di altro Presidente, protestando di non volere e non potere più oltre proseguire; e fu incaricato in mia vece il signor conte Giovanni Codronchi Argeli, restando io nella carica di vicepresidente.

Era già per trasmettere al nuovo Presidente ogni atto e documento dell’Accademia, quando questi con lettera 22 Settembre 1837 emise formale rinuncia, protestando che la nomina non fosse sottoposta alla Sacra Congregazione degli Studi per la necessaria approvazione. In tale stato di cose con lettera 10 Ottobre 1839 interpellai Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Mastai nostro Pastore, il quale rispose che stante la rinuncia dell’altro, avessi io proseguito nella prima mia rappresentanza fino ad altre superiori ordinazioni. E non vi fu motivo per molti anni d’implorarla, perché l’Accademia mostrò mai sempre di preferire il silenzio.

Allorché per altro lo stesso Pastore fu esaltato alla Porpora, dietro invito della Illustrissima Magistratura, convocai a congresso i miei compagni Accademici, che nel giorno 20 Novembre 1840 determinarono il modo e la forma della tornata che poi ebbe luogo li 10 Gennaio 1841 sul tema Le lodi del nuovo Porporato, e si rese di pubblica ragione in Imola coi Tipi Benacci nel 1841. Quale ne fosse l’aggradimento, e per parte della Sacra Congregazione e dell’Eminentissimo Signor Cardinale Segretario di Stato, basta a provarlo il dispaccio 21 Marzo 1841 n. 352 di codesta Magistratura indiritto al Presidente della nostra Accademia.

Da quel punto in poi mancò il volere degli Accademici di qualunque privata o pubblica sessione. Mal soffrendo io tale silenzio in mezzo a così grande capacità mentale imolese, pensai che a me corresse maggior debito degli altri di occuparmi in qualche oggetto di Patrio decoro, e scrissi sul principio del 1842 all’Illustrissima Magistratura d’Imola nel modo seguente:[xi]

Illustrissimi Signori Gonfaloniere ed Anziani,

Benvenuto de’ Rambaldi da Imola fu chiamato a legger Dante nella Università di Bologna, e fino dal 1375 per dieci anni continui quella cattedra coprì. Dobbiamo a tale lettura l’ampio Commento, il primo sopra Dante, e di cui Muratori ha dati in luce già tratti, che, più vicini al divino Poema, tanto giovarono ad illustrare la Storia. Del resto il Commento è rimasto inedito sin qui. Dedicato al Marchese Nicolò II d’Este giace autografo [sic] nella biblioteca di S.A. il Duca di Modena.

Ora che la città d’Imola è in tanta cima di gloria, e per decoro di Porpora e per titoli di onoranze, l’Accademia degl’Industriosi ivi riattivata da clemente rescritto di Nostro Signore Gregorio XVI ha già tentato palesar la esultanza pei felici avvenimenti; ma ora nudre pensiero di accrescere alla Comunale Biblioteca il Commento del Rambaldi di cui è priva, e formar dovrebbe il vanto maggiore, e per di lei cura renderlo pur anche di pubblica ragione, con che intende sia per farsi maggiore il patrio vanto, e più rendere durevole la gloria, crescendo coll’opera del Benvenuto la intelligenza dell’Alighieri se dall’universale consenso dei dotti venga questo singolare pregio al Commento del nostro Concittadino accordato.

Prega pertanto le Signorie Loro Illustrissime perché impetrino da Sua Altezza il Duca di Modena il potere di estrarre copia fedele dell’indicato Commento, e resa di patria ragione. L’Accademia e Comune Imolese possano quando, e come lo crederanno, pubblicarla colle stampe. Spera ecc.

Rispose la Illustrissima Magistratura favorevolmente all’inchiesta, e di concerto si ottenne il permesso della copia desiderata come dalla lettera magistrale 24 Novembre 1842 n. 2267. L’intero Commento esiste nella Comunale Biblioteca d’Imola fino dal 1844, ed ora possiamo compiacerci di tanto possesso, che abbiamo per cinque secoli desiderato invano. Sopra del Rambaldi ho fatti alcuni studi per rettificare molte notizie sulla di Lui vita: ho anche tradotto il commento della prima Cantica, e se mi dura la vita, spero di compiere la traduzione delle altre due facendone poi dono all’Accademia in argomento di grato animo per avermi tollerato a Presidente per tanti anni. […][xii]

Fin qui ho creduto di fare quanto per me si poteva, onde rispondere alla fiducia in me risposta dai miei compagni Accademici; ma d’ora in poi mi è forza lasciare, anzi pregare che altri occupi più meritatamente la presidenza dell’Accademia. Emetto quindi coll’atto presente la formale mia rinuncia, ed insisto per la nomina di altro soggetto. Così l’encomio del nuovo Porporato sarà più condegno; così l’Accademia avrà un incremento di fama; così sarà meglio provveduto il decoro della Patria.

Da una postilla aggiunta in seguito apprendiamo che “non si volle neppur sentire il nome di rinuncia”, pertanto il Tamburini proseguì, suo malgrado ma sempre operosamente, a presiedere l’Accademia. A distanza di dieci anni, conclusa e data alle stampe la traduzione del Comentum, essendo rimasto il solo che portasse avanti l’attività dell’Accademia tra la generale inoperosità dei soci, egli mostrò nuovamente l’intenzione di porre fine al suo lungo mandato ed alla stessa vita dell’Accademia, come risulta dalla minuta di una lettera del 21 dicembre 1857 al Gonfaloniere d’Imola.

Fu mia premura di convocare ogni anno le ordinarie sedute, e pei Tipi Benacci nel 1841 si resero di pubblica ragione le Prose e Versi di una straordinaria tornata delli 16 Gennaio in cui fu celebrato l’inalzamento alla porpora di S.E. Mastai allora Arcivescovo e Vescovo d’Imola. Poi li 15 Agosto 1846 fu celebrato il fausto avvenimento della di lui esaltazione al Trono con Versi e Prose pubblicati pei Tipi Galeati. Finalmente nel 1847 si pubblicarono i Versi  e Prose per l’inalzamento all’onor della porpora del nostro amatissimo vescovo Baluffi.

Ma in seguito non fu più possibile adunare Consigli Accademici, o per morte degli Accademici, o per la malvagità de’ tempi, o per assenza di molti soci. Fui quindi costretto di tentare altro modo di propagare il nome e la gloria dell’Accademia: tentai cioè di aggregare per accademici di numero non solo gli statisti[xiii] più rinomati, ma di rendere soci corrispondenti anche gli esteri più lontani. Ed ebbi la fortuna di spedire le patenti ad undici tra professori e primi eruditi di Pietroburgo, a vari della Svezia, del Regno di Napoli, di Sicilia, del Veneto, di Toscana, e del Ducato di Modena, come dall’elenco degli iscritti che verrà in modo autentico depositato alla Biblioteca Comunale.

Il Comune d’Imola, che ogni anno poneva in preventivo la somma di scudi 60 a pro dell’Accademia, avvertito dell’impossibilità dell’adunanza si astenne dal gravarsi di tale partita, né io insisterei perché oggi si ponesse, giacché sorge pochissima probabilità del bisogno di erogarla. Ma frattanto mi è d’uopo avvertire che fino al giorno d’oggi io ho dovuto sostenere tutto il peso e di stampa delle patenti spedite e di n. 120 delle esistenti, e delle spese postali di corrispondenza cogli esteri e statisti e delle spese di posta di tutte le stampe donate all’Accademia e descritte in un indice apposito, <al> quale indice seguirà il deposito delle stampe donate nella Biblioteca Comunale, onde restino a perpetuo accademico monumento. Le spese poi da me sostenute nel tempo di mia presidenza appariranno da nota riscontrata e visata dall’Anziano Sindaco. Intanto pregherei che Voi Illustrissimo Signor Gonfaloniere in seguito della nota stessa e del deposito alla Comunale Biblioteca delle stampe donate all’Accademia e da me riscosse Vi degnaste di ordinare a mio pro il mandato, o sul fondo di riserva comunale od anche sul fondo della stessa Biblioteca.

Pareva così, con questo atto, terminare dopo due secoli la storia dell’accademia imolese. Gli eventi degli anni successivi e la proclamazione del Regno d’Italia sembravano del resto non lasciare spazio alcuno per un’istituzione così legata, dopotutto, al governo pontificio e ad un modo ormai lontano d’intendere la letteratura. Tuttavia, proprio l’ultima fatica del Tamburini, la trascrizione, la traduzione e la pubblicazione del Commento di Benvenuto, fece in modo che dell’Accademia sopravvivesse ancor per qualche tempo, sotto il nuovo governo, un’opinione favorevole.

In vista del sesto centenario dantesco si era infatti istituita a Firenze una società per innalzare un monumento all’Alighieri. Tale società, nell’aprile del 1862, si rivolse all’ormai scomparsa Accademia degl’Industriosi per richiederne il contributo, certa che l’amore per Dante accomunasse tutti gli accademici. I tempi però erano cambiati, ed ormai il Tamburini era rimasto solo. Scrisse allora al sindaco Scarabelli, invitando il Comune a contribuire all’impresa, non potendo egli fare molto di più.

Per quanto è in me ecciterò i miei colleghi, ora ridotti a pochissimi o per morte o per assenza, e fosse pur generosa la cooperazione di questi, col mezzo loro potrei fare troppo meschina e non condegna attesa. È vero che vollero essere accademici corrispondenti vari professori di Russia, di Svezia, di Prussia, di Venezia, di Francia, come dall’Elenco fino dal 1857 depositato negli atti della Biblioteca comunale insieme alle opere di corrispondenti, ma parrebbe non conveniente invitare gli Esteri per concorso ad onorare il primo degl’Italiani, quasi rimproverando questi di mancanza al sentimento e gratitudine nazionale.[xiv]

Il 31 maggio la Giunta si dichiarò favorevole a discuterne in occasione del bilancio preventivo per l’anno 1863, e nella tornata del 26 novembre fu stanziata la somma di lire 200.

L’ultimo documento che si legge nel registro dell’Accademia è la trascrizione della risposta inviata dal sindaco Scarabelli nel Gennaio 1863 per comunicare al Tamburini l’avvenuto stanziamento.

Si chiude così, nel nome di Dante, l’attività dell’Accademia e del suo ultimo presidente, che ebbe il merito di far ancor più conoscere in Italia e nel mondo, come si vedrà, l’opera di Benvenuto da Imola.

Benvenuto da Imola

Da oltre un secolo, a giudizio di valenti studiosi italiani ed esteri, Benvenuto da Imola può essere considerato il sommo commentatore della Commedia dantesca.

Senza volere esagerare, e con tutte le debite riserve, è tempo di riconoscere che il contributo dell’imolese (Benvenuto) nel campo del commentarium è paragonabile ai contributi dei suoi due grandi conoscenti, Petrarca e Boccaccio, nei campi della lirica, della novella, e degli studia humanitatis, Paget Toynbee, con caratteristica cautela anglo-sassone, dichiarò, quasi cent’anni fa, che l’opera di Benvenuto rappresenta “forse il commento più prezioso”; è ora oggi, direi, di togliere quel “forse” limitativo.[xv]

Non è questo il luogo per trattarne compiutamente vita ed opere, occupandoci qui, più da vicino, solo della traduzione al suo Comentum: per le dispute, le ipotesi e le teorie che ne riguardano la figura nella sua interezza, si rinvia ad altri più vasti e pregevoli studi.[xvi] S’indicheranno pertanto, qui di seguito, solo alcuni cenni biografici, atti ad informar brevemente il lettore ed a rettificare quelle imprecisioni che nei testi ottocenteschi ancora si accreditavano.

Tali imprecisioni hanno inizio dallo stesso nome: sebbene infatti comunemente ancor lo si chiami Benvenuto Rambaldi, a rigor di vocabolo noi dovremmo semplicemente chiamarlo Benvenuto da Imola. È bensì vero ch’egli discendesse da un Rambaldo suo bisavolo, dal quale i discendenti trassero poi il cognome di Rambaldi; purtuttavia nei documenti a lui coevi il nome non compare che nella detta forma, essendosi soltanto in seguito generalizzato l’uso dei cognomi che ci è familiare. Del resto, consapevoli dell’imprecisione, se a noi così garba nulla vieta di chiamarlo ancora Benvenuto Rambaldi, come per secoli fu detto.

Poche nella sua vita le date sicure, numerose le ipotesi. Nato a Imola verso il 1330 dal notaio Compagno, morì a Ferrara non oltre il 1388.

Determinante nella sua biografia fu l’anno 1365, quando venne inviato ad Avignone presso Urbano V. L’ambasceria di cui faceva parte aveva il compito di chiedere l’intervento del pontefice contro i suoi vicari Azzo e Bertrando Alidosi, che opprimevano la popolazione imolese. Nulla però avendovi ottenuto, per probabile timore di vendette, egli non rientrò in patria stabilendosi a Bologna dove per un decennio svolse l’attività di insegnante, per quanto è lecito supporre non presso lo Studio, bensì privatamente.

Letterato di valore, in contatto col Petrarca, col Boccaccio e col Salutati, a Bologna lesse e commentò la Commedia dantesca. Nacque così la prima redazione della sua opera.

Nel 1375, avendo denunciato la grande diffusione che le pratiche omosessuali avevano raggiunto in ambito accademico, incorse nell’odio di molti e ben presto dovette lasciare Bologna per Ferrara, dove di certo già dimorava nel 1377. Alla corte ferrarese di Niccolò II pose mano alla stesura definitiva del suo Comentum.

Il Comentum super Dantis Comoediam

Benvenuto fu anche autore di testi storici e di altri commenti;[xvii] ma l’opera che gli ha decretato l’immortalità fu il Comentum super Dantis Comoediam, al tempo stesso opera dotta, testo letterario e libro di piacevolissima lettura.[xviii] Poche sono le opere di cui possa ripetersi questa lode; pochissimi i critici che, come lui, si siano dimostrati esegeti ed artifices,[xix] creatori non meno che interpreti.

Il fascino del Comentum non sta solo nella ricchezza di dati storici e mitologici o nella vena novellistica che lo arricchisce di aneddoti, facezie e ricordi, bensì nella lingua stessa in cui fu redatto, quel latino “singolare” ed “allegro”,[xx] “popolaresco ma agile e vivo”;[xxi] quel latino, insomma, “a tratti quasi stupito di esserlo”,[xxii] come variamente fu definito dalla critica.

Benvenuto si servì del suo latino medievale perché quella era la lingua della cultura e della scuola. Usato per insegnare, era quindi una lingua parlata; e per essere comprensibile a chi ascoltava doveva risultare semplice nella sintassi e familiare nel lessico. Tanto familiare da sembrarci perfino intriso del suo dialetto, anche se più nello spirito che nelle parole.

Breve storia dell’apografo imolese del Comentum

Resta indubitabile che l’apografo imolese, sul quale si basa la traduzione del Tamburini, per l’epoca in cui fu redatto, risulta essere opera intelligente ed accuratissima, come appare dalle puntuali Avvertenze che vi furono premesse.

L’Illustrissima Magistratura della Città di Imola con lettera segnata n. 2267 del suo nobilissimo Gonfaloniere Conte Cavalier Giovanni Codronchi Argeli chiedeva mediatamente sotto il giorno 24 Novembre 1842 alla Regia Biblioteca Estense la copia completa del manoscritto dalla medesima posseduto contenente l’intero Commento alla Divina Commedia di Dante Allighieri del famoso Imolese Benvenuto Rambaldi.

Il Primo Bibliotecario Illustrissimo Signor Ingegnere Antonio Lombardi, ottenutane la necessaria e graziosa Sovrana adesione, prestavasi a secondare la lodevole inchiesta, e ne delegava l’esecuzione allo sperto e diligente Scrittore della medesima Regia Biblioteca Signor Luigi Lodi riservandosi di sorvegliarne l’esecuzione e la fedeltà, e dandogli a più speciale ajuto ne’ passi forti il Vice Bibliotecario Signor Conte Giovanni Galvani. D’altra parte la prefata Illustrissima Magistratura Imolese aveva scelto a rappresentarla in Modena per tutto quanto si offerisse di relativo un accetto e coltissimo Cavaliere nella persona del Nobiluomo Signor Conte Francesco Ferrari Moreni Ciamberlano della Reale Altezza del Duca Nostro Signore.

Concertavasi allora tra questo illustre intermediario ed il ricordato Primo Bibliotecario Estense che la copia sarebbe stata eseguita entro due anni nella carta che verrebbe inviata dalla Magistratura Imolese, e che qualunque fosse per riuscire o la difficoltà dell’interpretazione o la lunghezza del lavoro il prezzo della copia e della assistenza non poteva mai oltrepassare i duecento scudi romani effettivi, e così a lode di Dio Ottimo Massimo cominciavasi il giorno 15 Febbrajo dell’anno 1843 la copia del Manoscritto.

Volendo però che quella riuscisse se non elegante almeno comoda ed utile agli studiosi, ecco gli accorgimenti dietro i quali dessa si conduceva.

Il manoscritto su membrana e di lettera corsiva presentava una perpetua sequela di abbreviature e nessi e sigle e note librarie che ne rendevano difficile la lettura e talvolta indecifrabile da chi non vi si accostava scaltro per lunga usanza. Si pensò dunque opportuno per ogni fatta di studiosi lo sciogliere od il compiere questi segni compendiosi o troncati scrivendo tutto a disteso, della quale opportunità perché se ne possa avere una leggera esperienza si porterà più sotto un esempio fedele della scrittura del Codice in un tratto preso a caso, e che varrà pel così detto Fac simile.

Vedevasi in esso il testo dantesco scritto egualmente alla chiosa del Rambaldi, cioè con eguale inchiostro e senza segno di distinzione, il che tornando assai incomodo per chi volesse cercar la sentenza ad un tal luogo, si pensò, affinché l’occhio trovasse un ajuto all’indagine, ed acciocché l’opera del Rambaldi fosse disgiunta dall’altrui, di scrivere le parole dantesche in rubrica, ed in nero tutto il Commento; e così adoprando si ebbero i voluti sussidii insieme ad una certa varietà nel colore della lettera non forse sgradevole perché ricordava il modo degli antichi ammanuensi.

Né per ciò solo, ossia per riprodurre le costumanze de’ vecchi copisti, si vollero chiuse le facce del nuovo manoscritto da quattro linee rosse, ma si ebbe con questo anche il pensiero di rendere avvertiti i rilegatori, i quali col tempo potessero porsi a legarlo di nuovo, di non dover risecare i margini oltre almeno quelle linee che rinserrano e limitano la scrittura.

Dell’aver poi condotta la nostra copia piuttosto a colonnello che a faccia piena ne abbiamo avuto due ragioni credute da noi sufficienti. La prima di poter porre a preciso riscontro de’ luoghi dubbi o difettosi le avvertenze che si credevano del caso. La seconda di rendere questo esemplare suscettibile a ricevere a’ proprii luoghi le varianti di altri Codici (quali sarebbero il Ravennate, il Laurenziano, il Vaticano ecc.) facendosi così non solamente preziosissimo ma potendo ancora servire ad un dotto che volesse imprendere una critica edizione del Commento in molte parti stupendo dell’Imolese, senza che fosse necessità il trarne un altro esempio a tal uso.

Tutto ciò dunque che si troverà nel colonnello bianco a sinistra si dovrà ritenere (meno i casi di eccezione che avvertiremo tra poco)  per estraneo al manoscritto Estense, di cui si era chiesta la copia, e per una sopragiunta offerta agli illustri Committenti. Della qual giunta però se ne farà spesso quel caso che si suol fare delle subitarie opinioni, le quali sono ben altre dalle pensate sentenze. Riscontrando infatti il manoscritto coll’esempio dove si incontravano nomi apparentemente errati, dove dizioni difettose, dove passi forti ed oscuri: per diligenza si è apposto il nome diritto, e si sono proposte alcune varianti, o si è indicato il trapasso per bisognoso di correzione, quasi sempre poi si è anteposto alla variante questo segno f. che deve intendersi forse, e ciò a denotare che alle opinioni nostre non vogliamo accordata alcuna autorità, quando questa non le venga dalla convenienza.

Le parole riportate nel colonnello bianco o margine scritte con inchiostro nero sono di Benvenuto: quanto alle prime o perché in esse si è ravvisato alcun probabile errore dell’ammanuense, o perché il senso ne appariva assai dubbio, ed in quanto alle seconde perché trovate forti ad interpretarsi senza il soccorso di altri manoscritti. Le parole poi in rubrica sono da attribuirsi al recente ricopiatore.

Il (sic) posto vicino alle suddette parole o sigle si volle indicasse che erano state riportate identiche dal Codice, acciocchè quelle credute irregolarità non si attribuissero ad errori commessi nella presente copia.

Gli obeli, ossiano i segni cosifatti ↑, posti in fianco alle colonne della copia indicano che a quei luoghi il contesto sembra mancante o dubbiosa la intelligenza, talché a chiarirla od integrarlo sarà opportuno il confronto con altri antichi esemplari.

Le linee nere condotte di fianco alle colonne della presente copia determinano tutti quei luoghi che già furono pubblicati dal Muratori, (Antiquitates Italicae tomo I dalla pagina 1029 in avanti).

Le parole in margine di contro ai suddetti luoghi editi dal Muratori indicano o la varia lezione accettata od anche le omissioni fatte dallo stesso chiaro letterato, come se ne pone l’avvertenza in carattere rosso.

La M scritta con inchiostro rosso posposta alle suddette parole significa: Muratori.

Alquanti passi poi di Autori varii si sono riportati in margine perché, mediante diligente confronto, si sono trovati nel Codice in alcuna parte difettosi.

Si avverte da ultimo che il testo di Dante è stato descritto identico com’è nel manoscritto, avendovi aggiunto solamenti i punti sopra gli i e procurato di staccare le parole le une dalle altre per renderle più chiare; e perciò qualunque mancanza di accenti o di apostrofi o di virgole o di punti[xxiii], o di lettere semplici in luogo di doppie o viceversa, ed anche di cambiamento di parole intiere dovrà reputarsi all’antico ammanuense, e non ad imperfezione della presente Copia.

Se anche non si volesse fare grande affidamento sul copista, si ricordi che se era lui solo a scrivere erano però in due a leggere, data l’assistenza del vicebibliotecario, persona certamente esperta e del latino e della paleografia. Che l’apografo sia perfetto è impossibile, ma accuratissimo lo fu senz’altro, anche perché la copia doveva andare a Imola, cioè all’estero, ed evidentemente a Modena desideravano farsi onore. La copia ebbe infatti tutti i crismi dell’ufficialità: ogni volume termina colla duplice dichiarazione di conformità all’antigrafo, ad majorem Dei gloriam litterarumque bonarum incrementum, redatta in latino e sottoscritta dal copista e dal prefetto della Regia Biblioteca Estense. Il terzo volume reca addirittura l’autentificazione del Gran Ciamberlano, munita del timbro lineare del Ministero degli Affari Esteri.

Non si dimentichi neppure che la copia era stata eseguita in previsione di un’eventuale stampa, predisponendola, come si è visto, per collazionare il testo con quello di altri codici e distinguendone per quanto possibile la lezione originaria dalle interpretazioni del copista. Resta pertanto dimostrato che il Tamburini disponeva di un testo affidabile.

Dal codice Estense all’edizione Galeati: umane disavventure di una buona traduzione

Tradurre il Comentum inizialmente non rientrava nei progetti del Tamburini, che intendeva semmai pubblicarne il testo originale; ma, come egli stesso dichiarò nell’introduzione, “faceva ostacolo la legge della proprietà letteraria, e senza nuovo speciale permesso di Sua Altezza [Francesco IV d’Austria-Este, proprietario del codice] non lo avrei né voluto né potuto.”[xxiv] Per questa e per altre considerazioni, volendolo rendere quanto più accessibile al pubblico, decise di tradurlo per intero in italiano, basandosi naturalmente sull’apografo imolese. Il lavoro di traduzione si protrasse per cinque anni, dal 1844 al 1849 e ne abbiamo l’autografo “in bella” di Tamburini e copia coeva d’altra mano, nella Biblioteca Comunale di Imola. Per comprendere quanto è accaduto alla traduzione del Nostro, occorre partire proprio da questi manoscritti. Infatti nell’autografo Tamburini sono presenti cancellature e qualche interpolazione di mano diversa dalla sua mentre la copia coeva è integra.

Sulle cancellature della copia autografa della traduzione del Tamburini

Le cancellature – imputabili ad altri –, interessano frasi o interi periodi poi effettivamente omessi nella stampa: in molti passi è indubitabile che tali cancellature siano state apposte in un secondo tempo, perché la tonalità dell’inchiostro ed il tratto della penna serviti per cancellare sono del tutto diversi dalla penna e dall’inchiostro in precedenza usati per scrivere il testo cancellato.

Il fatto poi che le parti cancellate sull’autografo si ritrovino quasi sempre per intero nella copia coeva lascia supporre che, effettivamente, il Tamburini avesse fatto prima copiare, per sé o per altri, la sua traduzione, affidandone poi l’autografo alle mani di chi ne curò la stampa Al contrario, sempre nell’autografo, si trova qualche glossa interlineare d’altra mano, poi finita nel testo a stampa ma assente non solo nell’originale latino, ma anche nella copia.[xxv]

Comunque sia, per le troppe varianti che li separano dall’edizione Galeati, né l’autografo ritoccato da altri né, tanto meno, la copia coeva servirono direttamente per la tipografia; se poi si aggiunge che spesso le copie destinate a tale uso erano a perdere e finivano distrutte, possiamo ipotizzare un passaggio ulteriore, colla sua inevitabile aggiunta di nuove mende.

La traduzione del Tamburini passando dall’autografo alla stampa, subì da parte dell’ultimo revisore dei tagli, per motivi di varia natura; ma la fretta, la stanchezza e – diciamolo pure – la scarsa dottrina fecero si che, ricucendo il testo, qua e là lo sfigurasse con quei rammendi che poi furono scambiati per abbagli presi dal Tamburini.

La Traduzione del Comentum e i suoi detrattori

Nel 1887 Giacomo Filippo Lacaita curò la prima pubblicazione del testo originale del Comentum basandosi per la sua edizione sul codice Laurenziano. All’interno della quattordici pagine di prefazione al testo ben quattro sono dedicate con meschina cura, ad un lungo e puntiglioso elenco d’errori, omissioni, indebite aggiunte[xxvi] presenti nella traduzione del Tamburini, che all’estero aveva già sofferto di alcune recensioni sfavorevoli, in Germania nel 1860 e negli Stati Uniti l’anno seguente.[xxvii]

La condanna fu di lì a poco ripetuta da Luigi Rossi-Casè, autore nel 1889 della prima monografia su Benvenuto da Imola. Costui definisce la traduzione del Tamburini “un lavoro pessimo e che non serve proprio a nulla,[xxviii]” trascrivendo a sua volta gli errori già elencati dal Lacaita . Un giudizio così reciso si può ben credere fosse dovuto anche alla personale antipatia che, per uomo fedele al governo pontificio come era stato il Tamburini, provavano autori come il Lacaita, già esule in Inghilterra e all’epoca senatore del Regno, e come il Rossi-Casè, il quale anche in un’opera erudita non faceva mistero del proprio spirito anticlericale, come appare fin dalla introduzione.

Un’altra delle ragioni, che m’hanno fatto mettere a questo lavoro, fu di presentare, specialmente ai giovani, Benvenuto nella sua bella figura di patriotta. Oggi più che mai abbiamo bisogno di ideale. Chi sa che il sommo Dantista fu pure il grande ribelle alle false idee ed ai vizi del suo tempo? Colui che non guardò in faccia a nessuno, né imperatore né papa, per dire la verità al suo e nostro Paese? […] Benvenuto fu un ottimo cittadino e uno strenuo patriotta: la sua vita è degna d’essere imitata. Egli fu un felice precursore delle idee, che, cinque secoli dopo, hanno condotto noi all’unità della Patria.[xxix]

Se oggi può far sorridere tanta foga, e può comunque far piacere sentir lodare Benvenuto, bisogna anche riconoscere che forse anche questo spirito di parte ha impedito un più sereno ed attento esame dell’opera del Tamburini, al di là dei difetti presenti nell’edizione a stampa.

In effetti, lacune, errori ed interpolazioni non vi mancano; ma non sono, se non in minima parte, come si vedrà, imputabili al traduttore. Anche la semplice supposizione avanzata dal Lacaita e ripetuta dal Rossi-Casè, per cui il Tamburini, data la mole dell’opera e gli impegni della sua professione, avrebbe fatto tradurre l’originale a giovani inesperti, appare del tutto infondata e senza prove. Non si è finora posto mente a quella singolare anomalia per cui il Comentum super Dantis Comoediam, eccezion fatta per gli estratti del Muratori, è stato pubblicato prima in traduzione italiana (1855-’56) e solo a distanza di trenta e più anni nel testo originale latino (1887), per cui non solo la traduzione del Tamburini non fu condotta seguendo il testo stabilito dal Lacaita; ma subì, nel passare dal suo autografo alla stampa, una revisione editoriale a volte grossolana, a volte più scaltra e forse di natura politica.

Dispiace dover constatare che, in quattro pagine di errori segnalati dal Lacaita, uno solo si trova nell’autografo:[xxx] tutti gli altri sono stati aggiunti nella revisione. Se poi rileviamo che gli errori imputabili al Tamburini sono tutti o quasi tutti errori di lessico, non di sintassi e menchemeno di morfologia, e sono in prevalenza errori di lessico latino medievale, spiegandosi con termini o con accezioni di termini assenti nel latino classico e non riportati neppure sul Totius Latinitatis Lexicon del Forcellini, si può serenamente concludere che, a parte qualche scusabile ed isolata ingenuità,[xxxi] il Tamburini traduceva come un buon professore di liceo.[xxxii] Su di una campionatura di sedici canti, tolte le imperfezioni che non alterano il significato complessivo, tolte la lacune propriamente dette e gli interventi d’altra mano, limitandoci dunque agli errori gravi, non si riscontrano, nell’autografo, che i quattro riportati nelle note. A conti fatti, un errore ogni quattro canti commentati: se la proporzione è valida, sarebbero in astratto venticinque errori su un totale di cento canti; il che, commisurato alle pagine dell’edizione Lacaita, significherebbe un errore grave ogni centonove pagine di testo latino tradotto.

Il grosso degli errori, in ogni caso, fu aggiunto dall’ignoto revisore. Costui non conosceva la storia[xxxiii] e non conosceva la geografia;[xxxiv] della letteratura greca[xxxv] e latina[xxxvi] sapeva invece molte cose, ma, a quanto pare, le sapeva tutte sbagliate. A lui va pure imputata la “traduzione disinvolta e peregrina” del celebre “Et nunc, vir studiose, frange tibi caput pro faciendo libros” portata come esempio anche nella più recente monografia su Benvenuto da Imola.[xxxvii]

Vi sono infine alcuni errori solo apparenti, dovuti al fatto che Tamburini traduceva il testo dall’apografo imolese del codice Estense, mentre Lacaita si basò per la sua edizione sul codice Laurenziano. Pur dichiarando d’avere indicato le varianti di altri codici, tra cui quelle dell’Estense, Lacaita non le ha riportate tutte, tant’è vero che nel testo latino pubblicato a stampa (o meglio, tra le note in apparato riferite all’Estense) e la copia del codice su cui lavorò Tamburini le incongruenze non mancano.[xxxviii] Eppure Lacaita ebbe tra le mani l’apografo imolese, anzi, lo ottenne perfino in prestito dalla Comunale d’Imola, depositandolo temporaneamente presso la Laurenziana di Firenze perché servisse alla prima revisione delle bozze.[xxxix] Da ciò si ricava che, da una parte, Lacaita riteneva affidabile la copia dell’Estense e, dall’altra, che non si accorse delle varianti, o le ritenne tutte errori del copista, o ne ha colpevolmente taciuto.[xl]

Analisi delle lacune

Passando all’analisi delle lacune bisogna innanzitutto distinguere la traduzione del commento all’Inferno da quella delle successive due cantiche. Lo stesso Tamburini dichiarò di essersi attenuto più strettamente al testo nella prima cantica “onde offrire un esempio della forma d’insegnamento di que’ giorni” e di esser stato, invece, “meno legato” nelle altre due cantiche.[xli] Oltre a questa esplicita ammissione, è opportuno valutare altri due elementi:

1) la lunghezza media del Comentum, calcolata dal Rossi-Casè sull’edizione a stampa, decresce dall’Inferno al Purgatorio e dal Purgatorio al Paradiso.[xlii]

2) per quanto riguarda più in particolare il commento al Paradiso, par quasi che sia mancata l’ultima revisione da parte di Benvenuto: citazioni e digressioni si trovano a volte appena accennate, come per esser compiute in un secondo tempo.

Volendo scendere poi nel dettaglio, analizzando per ora solo il commento all’Inferno, come abbiamo distinto tra errori del Tamburini, errori del revisore ed errori apparenti, dovuti al testo dell’apografo, dobbiamo anche qui distinguere tra le “lacune” di quest’ultimo,[xliii] quelle del Tamburini (limitate a pochi e brevi incisi)[xliv] e quelle ascrivibili al suo ignoto revisore. Costui omette citazioni, digressioni e rinvii interni; di rado aggettivi, avverbi e singoli complementi; più spesso intere frasi, principalmente relative e causali,  laddove la causa di ciò che si dice sia di per sé chiara. Sono però interventi isolati, legati forse alla generica volontà di risparmiare alla fine qualche pagina, non interventi pesanti e sistematici come vedremo invece nel Purgatorio e nel Paradiso. Qui dopo i primi canti lo stesso Tamburini smise innanzitutto di tradurre le consuete quattro o cinque righe del discorsetto introduttivo, nonché le introduzioni alle singole parti in cui inizialmente viene suddiviso ogni canto; in genere omise poi quelle formule di passaggio, come sarebbe a dire adde quod, est autem hic notandum, sicut iam expositum est supram, ad cuius rei intelligentiam prenotandun est quod così ricorrenti nell’originale.

Benvenuto, infatti, era di necessità ripetitivo: data l’originaria fruizione orale del Comentum, di lezione in lezione era opportuno richiamare quanto già detto la volta prima per il canto precedente; poi anticipare l’argomento di quello nuovo suddividendolo in parti, e dichiarare infine il passaggio dall’una all’altra, man mano che l’esposizione procedeva. Sobrio fu quindi l’intervento del traduttore: dopo aver dato nell’Inferno “un esempio della forma d’insegnamento di que’ giorni” si era limitato, nel Purgatorio e nel Paradiso, a rendere il Commento più unitario e scorrevole per i moderni lettori, omettendo saltuariamente incisi, citazioni e rinvii interni, senza toccare quasi mai il testo nella sua struttura portante.

Il revisore invece vi affondò pesantemente le forbici; e recidere interi periodi o riassumerli in poche parole sarebbe stato ancor poco, se a volte, dopo aver tagliato, non avesse ricucito i lembi con tanta malagrazia da far venir fuori dai tagli stessi nuovi errori.

Tra il poco tagliato da Tamburini e il molto tagliato dal revisore si può condurre un agevole raffronto a partir dall’esempio con cui Antonio Caiazza delineava la distanza tra testo latino e traduzione a stampa.[xlv] Aggiungiamo il passaggio intermedio e vediamo come si evolve il commento al verso 140 del XVI del Purgatorio.

Testo originale (edizione Lacaita)

Autografo del Tamburini

Edizione Galeati

Neque nobilitas, neque bonitas facit eum ita notum, sicut filia eius notissima. Ista enim erat famosissima in tota Lombardia, ita quod ubique dicebatur de ea: Mulier quidem vere gaia et vana; et ut breviter dicam, Tarvisina tota amorosa; quae dicebat domino Rizardo fratri suo: Procura tantum mihi iuvenes procos amorosos, et ego procurabo tibi puellas formosas. Multa jocosa sciens praetereo de ista foemina, quae dicere pudor prohibet. Non la nobiltà, non la bontà lo fa tanto noto quanto la notissima figlia. Era questa famosissima in tutta Lombardia, donna veramente gaja e vana, lussuriosissima, e che diceva a Ricciardo suo fratello: “Cercami tanti proci giovani, ed io ti procurerò altrettante belle giovanette”. Il pudore vieta di dire altri scherzi osceni di questa donna. Donna diffamata in tutta la Lombardia per la eccessiva lussuria, e si disse chiedesse al fratello. “Trovami proci giovani ed io ti ricambierò con altrettante vezzose fanciulle”.

I tagli, innegabilmente, ci sono; ma non così radicali come quelli operati dal revisore. Manca sì l’inciso “tarvisina tota amorosa” perché liberamente reso nel superlativo lussuriosissima. Non si stia poi a sindacare sulla traduzione di quel tantum, perché bisogna prima vedere cosa leggeva Tamburini sull’ apografo imolese.

Imputabili al revisore sono anche l’omissione e la manomissione delle invettive contro il clero, come appare dal commento al verso 78 del VI del Purgatorio.

Testo originale (edizione Lacaita)

Autografo del Tamburini

Edizione Galeati

Et nota metaphoram pulchram; sicut enim in lupanari venditur caro humana pretio sine pudore, ita meretrix magna, idest curia romana, et curia imperialis vendunt libertatem italicam. Sicut  etiam ad postribolum vadunt indifferenter omnes volentes cum delectatione, ita ad italiam concurrunt omnes barbarae nationes cum aviditate ad ipsam conculcandam tamquam meretricem prostitutam. Bellisima metafora. Come infatti ne’ lupanari si vende la umana carne per denaro senza rossore, così la gran Meretrice, ossia la Curia Romana e la Imperiale vendono la Italiana libertà. E come ne’ postriboli corre ciascun indifferentemente che abbia voglia di sfogare i sensi, così piombano sull’Italia tutte le barbare regioni per conculcarla qual meretrice prostituta. Perché ne’ lupanari si vende senza rossore la carne umana, e la gran meretrice vende la libertà dell’Italia; e ne’ postriboli corrono i libidinosi o indigeni od esteri, e corrono del pari in Italia tutte le nazioni per conculcarla e prostituirla?

Sorvolando sulle minuzie, si noti che qui il Tamburini omette semplicemente l’imperativo iniziale rivolto al lettore (Et nota) e un complemento di poco conto (cum aviditate); mentre il revisore si guarda bene dal nominare la curia romana e la corte imperiale, premurandosi semmai d’interpretare quell’indifferentemente ripartendo la colpa tra gli stranieri e gli stessi Italiani (gli “indigeni”).

Un esempio ancor più radicale s’incontra nel XXVII del Paradiso. Siamo nell’invettiva di San Pietro, al verso 140.

Testo originale (edizione Lacaita)

Autografo del Tamburini

Edizione Galeati

Dicunt enim multi et arguunt: videmus quod praelati sunt summe cupidi, qui non sentiunt angustiam rei familiaris, cum non habeant uxorem neque filios, et si habent, non audent dicere quod sui sint; ergo quanto magis homines impliciti curis saecularibus et multis incommodis? Dicono infatti molti: “Vediamo che i Prelati sono sommamente cupidi, non conoscono alcun bisogno di famiglia non avendo  né moglie né figli, e se ne hanno non ardiscono dire che sono suoi, dunque quanto più dovrebbero esserlo i secolari, con tante cure, bisogni ed incomodi?” Tutto dì sentiamo il volgo scusarsi coll’altrui esempio.

Si badi che nell’autografo e nella bella copia tutte le invettive contro la Chiesa sono presenti, sebbene al Tamburini ne fosse stata consigliata l’omissione dal purista Marcantonio Parenti, in una lettera del 22 novembre 1855.[xlvi] Non per nulla costui, uomo del resto coltissimo, aveva in precedenza diretto “La Voce della verità”, organo della reazione, che i liberali chiamavano “L’urlo della menzogna” ed il Giusti aveva satireggiato in un suo celebre epigramma.

Nell’ultimo tomo delle Memorie di Religione e di Letteratura, cioè il 18 della serie terza, numero 52, fascicolo 150, ripubblicai l’accennato programma [per l’edizione del Commento], seguito da alcune osservazioni suggeritemi per l’interesse dell’opera. Aveva in animo di comunicarle poi confidentemente le mie idee e quelle d’un valentissimo letterato sopra la necessità di lasciare qualche lacuna a certi passi che oggi più che mai tornerebbero scandalosi, esempigrazia la chiosa al verso 134, canto XXI [del] Paradiso;[xlvii] il qual luogo perfino al volterriano Ginguenè strappò un epifonema contro alla collera che tanto avesse potuto trasportare il genio. Ma Ella avrà dalla sua medesima saviezza preso gli opportuni consigli per non far servire a nuovo strumento di bestemmie e vituperj un poema, del quale la malvagità de’ nostri tempi ha tanto abusato.

La prospettiva di critiche future difficilmente poteva preoccupare il Tamburini, non tanto per la tacita immunità derivante dall’avere un fratello vescovo e doppia cittadinanza (pontificia e sammarinese) bensì per essere intelligente quanto bastava per non credere ad avventati paralleli tra l’epoca sua e fatti vecchi di mezzo millennio.

Tamburini, dunque, non solo sapeva bene il latino e disponeva di un testo affidabile; ma non gli si può neppure imputare d’aver sottaciuto le invettive contro la Chiesa, per spirito di parte o per timore della censura.

L’odierna ristampa

Rivalutata la traduzione del Tamburini, veniamo anche alle buone ragioni per cui oggi si ristampa l’edizione Galeati.

Innanzitutto è l’unica traduzione accessibile,[xlviii] tant’è vero che di recente è stata riprodotta su internet in versione pdf, per quanto l’esemplare servito a tale uso fosse tutt’altro che nitido. Evidentemente, dopo che vi era stato inserito l’originale latino, molti hanno sentito il bisogno di affiancargli la traduzione in italiano data anche la rarità dell’edizione Galeati, di cui moltissime biblioteche sono sprovviste.

Va poi detto che l’Inferno, complessivamente, resta valido anche così com’è; mentre nelle altre due cantiche, se i tagli operati dal revisore impediscono di leggere il testo per intero, si noti però che spesso non toccano le digressioni storiche e narrative, vale a dire quelle parti che rendono così piacevole e distesa la lettura dell’originale.

Infine occorre pur dire che della traduzione del Tamburini, così come fu stampata, si servì lo stesso Pascoli, dantista non meno che latinista, e quindi giudice competente. Nel saggio intitolato Colui che fece il gran rifiuto,[xlix] il Pascoli inserisce, all’inizio, una lunga citazione dal Commento, specificando tra parentesi che è tratta dalla traduzione del Tamburini, senza premettervi alcuna critica, lui che aveva iniziato la carriera accademica insegnando grammatica greca e latina, per coronarla poi salendo sulla cattedra del Carducci. Se, limitatamente a quel passo, la traduzione gli fosse parsa inaffidabile, a lui non sarebbe costato nulla rifarne una pagina.

Fermo restando che gli studiosi di Benvenuto ricorreranno, in ogni caso, al testo latino, noi semplici lettori avremo il buon senso di non pretendere più di quanto il Pascoli giudicò bastevole per sé.

Vicende storiche internazionali della traduzione di Tamburini

Dal carteggio custodito nella Biblioteca Comunale di Imola sappiamo che, appena conclusa ed ancora manoscritta, la traduzione del Tamburini suscitò un tale interesse da rischiare d’esser pubblicata all’estero ancor prima che in Italia, e più precisamente a San Pietroburgo, in versione francese, per opera del cavalier Giovanni Giustiniani che, nella corrispondenza scambiata col Tamburini, si diceva convinto del buon esito dell’impresa e del profitto che ne sarebbe derivato.

Nato a Imola il 12 ottobre del 1803 e morto a San Pietroburgo il 24 giugno 1866, il Giustiniani fu poeta estemporaneo, e dopo aver girato l’Italia improvvisando nei teatri si trasferì all’estero, prima a Malta e poi in Russia, dove trovò larghezza di vita e di protezioni.[l] Per suo tramite divennero Accademici Industriosi alcuni letterati di San Pietroburgo, professori dell’Università e del Liceo Imperiale o semplici cultori della nostra letteratura. Presso costoro il Giustiniani aveva diffuso la fama di Benvenuto da Imola, accrescendo di riflesso il prestigio internazionale dell’Accademia degli Industriosi e suscitando un più vasto desiderio di leggere il Commento, come appare da una lettera al Tamburini del 7 dicembre 1849.

Mio eccellente amico

Ho ricevuto il diploma del Conte Chok con tanto piacere che non saprei esprimerlo in semplici parole. La sorpresa del Conte fu massima, giacché io feci pubblicare nella gazzetta ufficiale la sua nomina prima di presentargli il diploma. Tutto riuscì a meraviglia. Il Conte m’incombe di ringraziare fervidamente il mio esimio Tamburini, e ben volentieri lo faccio giacchè sono positivamente certo che il candidato novello ringrazierà il Presidente in maniera ben degna di entrambi alla prima occasione che si presenterà.

Ora fa d’uopo d’intrattenermi di cose che ponno essere del massimo interesse per me, per noi, per la gloria, e per la borsa. Ho tradotto in buon francese con qualche piccola variante le tre Cantiche [sic] di Benvenuto[li]; ho letto in pubblica adunanza una lunga dissertazione, nella quale mostrava evidentemente di quale peso e di quale vaglia sia il Comentum di Benvenuto. Ho parlato della sollecitudine vostra presso il Governo Papale, onde si decidesse a dimandare ufficialmente copia a Sua Altezza Reale il Duca di Modena, aggiungendo che in tutta Italia esistono solamente due [sic] esemplari di questo tesoro di scienze filologiche ed istoriche. In fine ho promesso di adoperarmi presso di Voi per ottenere l’opera nell’intiero, per quindi pubblicarla in questa illustre capitale. Tutti gli ammiratori della poesia dantesca m’incoraggiscono alla nobile intrappresa [sic] ed io impetro il soccorso dell’ottimo amico, dell’amico antico e dell’uomo illustre, le cui dotte fatiche non debbono più a lungo rimanere sepolte.

Or bene, parliamoci dunque chiaro, giacché quando vi entra l’interesse, non si deve nasconderlo coll’amicizia. Desidero sapere in modo il più positivo quale somma voi chiedete sul detto manuscritto, avvertendovi che mi sembra inutile di ricopiarlo giacché inutilissimo riuscirebbe di pubblicarlo in italiano, e poi prenderebbe un tempo indeterminato. Coll’aiuto degli occhiali e con un po’ di pratica io posso valermi benissimo del 1° brogliaccio senza l’aiuto del copista, il quale farebbe migliaia d’errori senza dubbio, e dovrei doppiamente faticare. Quando il codice Tamburiniano sarà mia proprietà, cioè quando sarà da me anticipatamente pagato come legalmente converremo, allora lo stamperò in francese con questo titolo Le Dante avec le commentaire du Benvenuto illustré par l’Avvocat Tamburini, et traduit par le chevalier Giustiniani eccetera. Quando avrò rimborsate le spese del manuscritto e quelle della stampa, io mi obbligherò di dare un quinto del guadagno all’amico, ben inteso, che questo quinto deve riguardarsi come un dono, giacché io pago il manuscritto. In caso che Sua Maestà l’Imperatore accetti la dedica allora la cosa cambierà d’aspetto, essendo allora persuasissimo che le mie spese diminuiranno, e per conseguenza più certo l’utile. Allora prometto di far parte al Tamburini del dono imperiale, e di farlo lealmente, a meno che l’Imperatore non pensasse egli stesso di rimunerare l’illustratore primo parzialmente, e parzialmente il traduttore. Pel momento voi non dovete calcolare se non che il prezzo del manuscritto; il resto alla Providenza

Debbo avvertirvi, che per darmi coraggio, bisogna assolutamente che la somma sia modica, tanto più che tal somma sarà positiva: che se fosse altrimenti, io non potrei continuare l’impresa, e il manuscritto dormirebbe chi sa quanto tempo ancora nel vostro portafogli. Quando i patti saranno chiari, l’amicizia sarà duratura, e Giustiniani sarà sempre di chiara memoria per la famiglia Tamburini. Io non oso di fare alcuna proposizione, giacchè ho senno bastante per conoscere che i miei mezzi sono troppo al di sotto del merito intrinseco dell’opera. Fate dunque voi stesso il proggetto [sic], ed io con ogni sollecitudine mi adoprerò per realizzarlo.

A distanza di un paio d’anni però a San Pietroburgo attendevano ancora il “manuscritto” con impazienza, come appare da una lettera del 27 marzo 1851, scritta dopotutto in buon italiano da Alessandro Axakoff, a sua volta nominato Accademico Industrioso:

Illustrissimo Signore!

Profitto di questa occasione favorevole per porgerle i miei debiti ringraziamenti per l’umanissima di Lei, con che si degnò rispondere all’obbligo impostomi pel titolo onorifico di far parte dell’illustre e antica accademia Imolese; proponendomi con tutto il calore a partecipare dell’elocubrazione che il nostro Giustiniani intraprende alla nuova edizione dantesca. Vostra Eccellenza non ha fatto che mutare in espresso dovere ciò che io m’era imposto di fare più tardi per mio proprio conto. Quantunque la periferia del mio savere sia ristretta, non pertanto il poco che so sarà tutto consacrato al lavoro gigante, la cui luce sarà sparsa nelle parti le più alte d’Europa; è perciò che io attendo colla massima impazienza il codice prezioso che rinchiude colle fatiche di Benvenuto quelle eziandio dell’Eccellenza Vostra; per mia parte non saprò trascurare ogni mezzo per rendere l’opera interessante e per farla sentire agli amatori del bello nella mia patria incivilita. Se la lettura e l’ammirazione furono fino adesso le sole prerogative dei miei studi, da ora in poi elaborando fervidamente su quello scritto unico potrò attingere le bellezze che passarono inosservate e attaccarmi viemaggiormente al colosso della Letteratura Europea: e ne ho ben donde, perché essendo contemporaneo dell’Alighieri è per conseguenza l’interprete il più verace e il più profondo – io ne trarrò talmente profitto e ne farò tale tesoro da divenirne doppiamente debitore all’Eccellenza Vostra – a Lei per cui la novella era dantesca sarà datata coi commenti dell’Imolese filologo per di Lei opera dissotterrato. Mi pare d’essermi espresso abbastanza all’Eccellenza Vostra per assicurarla della mia buona volontà in tanta occasione; ignoro peraltro se i miei mezzi saranno atti e sufficienti per partecipare all’onore che m’impromettete. Farò quanto posso per ubbidire alle sollecitazioni sue e a quelle del nostro comune amico Giustiniani, e senza altro aggiungere mi tenga nel novero dei suoi servi devoti e mi creda rispettosamente

di Vostra Eccellenza

umilissimo devotissimo obbedientissimo servitore

Alessandro Axakoff[lii]

Se, ancor prima d’essere pubblicato, il testo del Tamburini aveva dunque raggiunto una certa fama in Russia per opera del Giustiniani, dopo la pubblicazione fu conosciuto anche in Germania, grazie all’interessamento del filologo Giambattista Giuliani[liii] che nel 1866 chiese al traduttore d’inviarne un certo numero di copie al libraio-editore Brockhaus di Lipsia, impegnandosi di darne notizia ai suoi amici tedeschi, tra cui il pittore Carl Christian Vogel von Vogelstein (1788-1868), di cui si conserva, tra le carte del Tamburini, una lettera di ringraziamento inviata l’11 marzo 1867.

Questa piccola operazione editoriale valse al Tamburini la nomina a membro della Società Dantesca di Dresda, che purtroppo giunse postuma, come si evince dalla lettera di condoglianze inviata dal Giuliani stesso al figlio del traduttore nell’agosto del 1867.

Possa dunque la presente edizione, oltreché diffondere la conoscenza di Benvenuto, ristabilire la meritata fama del suo traduttore, di cui veramente fu l’ovra grande e bella mal gradita.

Ivan Rivalta


1


 Archivio Vescovile di Imola.

[i] Nell’opuscolo contenente le Iscrizioni latine ed italiane dei monumenti della cella gentilizia del cimitero d’Imola (Imola, Galeati, 1863) si apprende infatti che gli premorirono la figlia Eugenia all’età di 15 anni nel 1833; la nipote Eugenia, che ne ripeteva il nome, all’età di 30 mesi nel 1848; il nipote Luigi all’età di 6 anni nel 1854, la moglie Teresa nel 1856 e, nel 1859, il fratello Gioacchino, di cui si può tuttora ammirare il monumento funebre nel cimitero del Piratello, all’interno di quella che fu l’arcata Tamburini. Nell’anno seguente, assieme al figlio Ercole, anch’egli avvocato, il Tamburini dedicò alla memoria del fratello defunto l’opuscolo Della vita ed opere di Monsignor Gioacchino Tamburini. Narrazione (Imola, Galeati, 1860).

[ii] Biblioteca comunale di Imola, ms. Imol. 318 15 C 1 12 (4).

[iii] Biblioteca comunale di Imola, ms 15 B 21. Quest’ultimo documento altro non è che un registro dei verbali, compilato in seguito alle adunanze: su di esso è annotata qualche memoria sparsa e  sono trascritte alcune lettere. Tale registro parte dal 1823 e termina nel 1863, con molte interruzioni. In biblioteca si custodiscono pure alcune raccolte di versi e prose, pubblicate tra il 1775 ed il 1847.

[iv] Il tutto è custodito all’interno di una scatola che raccoglie analoghi documenti del fratello, monsignor Gioacchino, e di altri familiari.

[v] Nota compresa nel carteggio dell’Accademia e recante la data del 15 luglio 1851.

[vi] Michele maylender, Storia delle Accademie d’Italia, Bologna, Cappelli, 1926-1930, volume III, pp. 235-237.

[vii] Giuseppe malatesta garuffi, Italia Accademica, Rimini, 1688, p. 383.

[viii] Giuseppe alberghetti, Compendio della storia civile, ecclesiastica e letteraria della città d’Imola, Imola, Filippini, 1810, parte terza, pp. 87-88.

[ix] Finché vien mosso, produce. Detto del telaio non meno che di ogni accademico il quale, per essere industrioso di nome e di fatto, si supponeva che, per l’appunto operasse finché ne riceveva l’impulso.

[x] Di quest’ultimo si conservano alcune lettere nel carteggio dell’Accademia.

[xi] Con poche varianti ed un taglio segue il testo della minuta conservata nel carteggio.

[xii] Si trascrive qui di seguito, per la cronaca, la parte omessa nel testo: “Il più grande degli avvenimenti, l’esaltazione al più grande dei Troni del nostro amatissimo Pastore Giovanni Maria Mastai Ferretti doveva scuotere l’animo e le menti degli Accademici. Pieni di esultanza nella sera delli 13 Agosto 1846 si tenne quindi pubblica sessione sul tema Pio IX. Era desiderio di tutti renderla pubblica colle stampe, e nel giorno 28 Agosto avanzai al Trono Sovrano la supplica seguente [il testo non è riportato]. Niuna risposta si ebbe finora, o fu comunicata.

E mentre si aspettava il riscontro fu mandato a confortarci della vedovanza della sede vescovile quel Solo che ne poteva compensare, Monsignor Gaetano Baluffi, il quale per primo fu inalzato all’onor della Porpora dall’immortale Pio IX nel concistoro secreto 21 Dicembre 1846. Allora il Consiglio Generale della Comunità d’Imola nella sessione 22 Dicembre stabiliva che come in altri consimili incontri si era praticato, l’Accademia degl’Industriosi si occupasse in una pubblica tornata di tesserne i dovuti elogi, e m’invitò a dare le necessarie efficaci disposizioni. Così dal dispaccio 28 Dicembre 1846 n. 21230. Argomentando io che per degnamente tessere un elogio sia indispensabile conoscere i meriti di Chi deve lodarsi, mi occupai della lettura di molti pubblici fogli, di molti giornali, degli annali ecclesiastici, di varie biografie e di altre scritture e documenti, e mi fu dato di cogliere molte notizie che intitolai Cenni Biografici del Baluffi, perché stampati servissero specialmente agli Accademici che faran parte della tornata da destinarsi dietro l’invito già diramato”.

[xiii] Per statisti si intendevano i sudditi dello Stato Pontificio, in contrapposizione agli esteri.

[xiv] Si cita dal volume degli Atti, foglio 22 verso. La bella copia, custodita nell’Archivio storico del Comune d’Imola, differisce leggermente.

[xv] Zygmunt baranski, Benvenuto da Imola e la tradizione dantesca della Comedìa, in aa.vv., Benvenuto da Imola lettore degli antichi e dei moderni, Ravenna, Longo Editore, 1991, p. 230.

[xvi] Oltre agli atti del congresso internazionale, tenutosi a Imola nel 1989, già citati nella precedente nota, si rimanda alla più recente monografia di Franco quartieri, Benvenuto da Imola. Un moderno antico commentatore di Dante, Ravenna, Longo, 2001.

[xvii] Si ricordi almeno, oltre a quelli di classici latini, il commento alle egloghe del Petrarca, che per la parte relativa agli ultimi sette componimenti si legge in Francesco petrarca, Il Bucolicum carmen e i suoi commenti inediti, a cura di Antonio Avena, Padova, Società Cooperativa Tipografica, 1906 (ristampa anastatica, Bologna, Forni, 1969), pp. 216-246.

[xviii] Bastino le lodi pronunciate da due dantisti della grandezza di Sapegno e Momigliano. Si veda rispettivamente Natalino sapegno, Il Trecento, in aa.vv., Storia Letteraria d’Italia, Milano, Vallardi, 19526, pp. 117-118 e Dante alighieri, La Divina Commedia commentata da Attilio momigliano, Firenze, Sansoni, 1956, volume II, p. 326.

[xix] Si veda Alfredo cottignoli, Realismo “creaturale” e “comparatio domestica”, in aa.vv., Benvenuto da Imola lettore degli antichi e dei moderni, Ravenna, Longo Editore, 1991, p. 212.

[xx] Ernesto Giacomo parodi, “Il canto di Brunetto Latini”, in Poesia e storia nella Divina Commedia, Venezia, Pozza, 1965, p. 188 e Giovanni Boccaccio nel sesto centenario, in Lingua e letteratura, Venezia, Pozza, 1957 p. 464.

[xxi] Natalino sapegno, Il Trecento, in aa.vv., Storia Letteraria d’Italia, Milano, Vallardi, 19526, pp. 117-118.

[xxii] Mario pazzaglia, Benvenuto da Imola lettore della “Commedia”, in aa.vv., Benvenuto da Imola lettore degli antichi e dei moderni, Ravenna, Longo Editore, 1991, p. 251.

[xxiii] Anche nella traduzione del Tamburini il testo di Dante appare volutamente trascritto senza accenti né apostrofi, per una più stretta corrispondenza alla grafia medievale.

[xxiv] Si veda Giovanni tamburini, Intorno alla vita ed alle opere di Benvenuto Rambaldi, introduzione a Benvenuto Rambaldi da Imola, Commento latino sulla Divina Commedia di Dante Allighieri voltato in Italiano dall’avvocato Giovanni Tamburini, Imola, Galeati, 1855-1856, volume I, p. XVIII.

[xxv] A titolo d’esempio si veda il commento al verso 62 del V canto dell’Inferno: “e ruppe fede al ciner di Sicheo”. Il Tamburini si era limitato, come sempre, a tradurre Benvenuto, che qui accenna brevemente alla pratica della cremazione, spiegando che le salme si bruciavano e le ceneri si conservavano; la chiosa “dentro urne dette cinerarie”, aggiunta nell’interlinea da una mano diversa, manca nella bella copia e si ritrova invece nella stampa.

[xxvi] Egli dichiara d’averlo tratto dalla pubblicazione di Charles Eliot norton, A Review of a translation into Italian of the commentary by Benvenuto da Imola on the Divina Commedia, Cambridge, Massachusetts, 1861; ma fu in ogni caso lui a divulgarlo, premettendolo all’edizione a stampa del testo latino.

[xxvii] Cfr. Giacomo Filippo lacaita, Prefazione a Benevenutus de Imola, Comentum super Dantis Comoediam, Firenze, Barbera, 1887, p. XIV.

[xxviii] Luigi rossi casè, Di Maestro Benvenuto da Imola, commentatore di Dante, Pergola, Gasperini, 1889, p. 216.

[xxix] Luigi rossi casè, Di Maestro Benvenuto da Imola, commentatore di Dante, Pergola, Gasperini, 1889, pp. VII-VIII.

[xxx] Vedi il commento al verso 112 del XIV  del Purgatorio. L’espressione  applicabat ad terram, cioè giungeva in città, è stata invece tradotta arava la terra. Fermo restando che, in questo passo, la traduzione è sbagliata anche nell’autografo; la singola frase latina, isolata dal contesto, sarebbe effettivamente ambigua, dato il duplice valore sia del verbo sia del nome anche nel latino classico. Applico, anche costruito con ad e l’accusativo, significa in senso proprio arrivare da qualche parte, ed in senso figurato dedicarsi a qualcosa; terra può a sua volta intendersi anche nel senso di città, sopravvissuto a lungo pure in italiano. Il fatto poi che si stesse parlando dei costumi dei nobili, virtuosi un tempo ed allora degeneri, avrà sicuramente fatto ricordare al traduttore l’episodio del romano Cincinnato, cui giunse la nomina a dittatore mentre arava la terra e che nell’arco di sedici giorni, vinti i nemici ed ottenuto il trionfo, depose la dittatura e riprese il lavoro dei campi. Il ricordo di un personaggio della Roma repubblicana, portato spesso ad esempio dell’antica virtù nell’epoca della decadenza, si è semplicemente sovrapposto agli esempi medievali.

[xxxi] Un esempio si può vedere nel commento ai versi 52-54 del V dell’Inferno. Benvenuto, per attestare nonostante tutto le qualità di Semiramide, riferisce tra l’altro che “Semiramis, audita rebellione Babilonis, cum faceret sibi fieri tricas, et una jam facta, altera dissoluta, sicut stabat, arreptis armis cucurrit ad expugnandam civitatem. Fortuna adjuvit virtutem; nam numquam facta fuit altera trica, donec tota civitas sub eius imperium redacta est”. In poche parole, essendole giunta notizia della ribellione di Babilonia mentre si stava facendo fare le trecce e una le era già stata fatta, l’altra invece era ancora da fare, così come si trovava, afferrate le armi, accorse ad espugnare la città. La fortuna ne aiutò il valore, infatti l’altra treccia non fu fatta finché l’intera città non fu nuovamente ridotta sotto il suo dominio. Qui il malinteso parte da quel tricas dell’originale. Tricae, in latino classico, ha essenzialmente due significati: quello di intrichi, imbrogli, seccature, e quello di sciocchezze, peraltro ancora vivi nell’Italiano colto dell’Ottocento. Trovandosi nel cerchio dei lussuriosi, il Tamburini dovette pensare qui ad un eufemismo, per cui intese che Semiramide, anziché farsi fare le trecce, si stesse facendo costruire un luogo di piacere, e che virtuosamente sospese i lavori per stringere d’assedio la città ribelle.

Per finire, un altro sproposito si legge nel commento ai versi 109 e 110 del canto I del Paradiso, dove il Tamburini si trovò disorientato di fronte ai misteriosi effetti attribuiti a certe piante, come il giusquiamo ed il napello. Il primo, velenoso per l’uomo ma cibo per i passeri, cibum passeris, è divenuto cibo de’ pastori; che risultano così misteriosamente immuni dal veleno; il secondo, che per Benvenuto ucciderebbe l’uomo solo a portarlo addosso, interficit hominem solum portatus, per Tamburini ucciderebbe il feto, con un palese errore di concordanza tra hominem ed il participio portatus, riferito invece al napellus e contrapposto all’altro participio manducatus, che viene dopo ma si riferisce sempre al diabolico napellus. Infatti, secondo la testimonianza di Galeno, questa pianta cosi velenosa per l’uomo, mangiata da una donna incinta non le avrebbe fatto alcun male: mulierem praegnantem non laesit manducatus. L’errore si spiega col fatto che in italiano antico e nello stesso Dante portato significa per l’appunto feto, quindi neonato e più genericamente figlio.

[xxxii] Non per nulla in gioventù egli aveva anche tenuto, per breve tempo ma “con pubblica soddisfazione”, la cattedra di Eloquenza nel ginnasio d’Imola, come risulta dall’attestato di epoca napoleonica.

[xxxiii] Vedi il Purgatorio, p. 286: la battaglia della Meloria si chiamerebbe così perché entrambe le flotte, nell’ardore del combattimento, anziché scontrarsi presso la Meloria vi urtarono contro, colando a picco.

[xxxiv] Vedi il Paradiso, p.131: l’antica Hispalis non corrisponderebbe all’odierna Siviglia, ma all’odierna Sicilia.

[xxxv] Vedi l’Inferno, p.156: Polissena non sarebbe stata la sorella, bensì la moglie di Ettore.

[xxxvi] Vedi il Purgatorio, p. 286: il protagonista delle Metamorfosi di Apuleio anziché trasformarsi in asino mantenendo ragione, memoria e coscienza di sé (asino fuori e uomo dentro) si sarebbe trasformato in asino conservando l’aspetto umano (uomo fuori e asino dentro). Forse il revisore si era immedesimato nel protagonista.

[xxxvii] Si veda Franco quartieri, Benvenuto da Imola. Un moderno antico commentatore di Dante, Ravenna, Longo, 2001, p. 63. Tamburini aveva tradotto letteralmente: “Ora, o uomo studioso, rompiti la testa per fare dei libri!” (p. 406 dell’autografo e p. 476 della bella copia); ma al revisore quel “rompiti la testa” così espressivo dovette parere poco letterario, quindi si prese la briga di esplicitarlo a suo modo: “suda, gela, astieniti dal vino e dalle donne” (p. 399 del Paradiso nell’edizione Galeati del 1856).

49 Fin dall’Introduzione (pp. 9-10) noi troviamo due  parole mai esistite: trimali e quadrimali laddove nell’originale si leggeva semplicemente triviales e quadriviales in riferimento alle note discipline del Trivio e del Quadrivio. Nell’apografo imolese si legge però, inequivocabilmente, trimales e quadrimales: si tratta di un errore banalissimo, non importa sapere se dovuto a Luigi Lodi o all’antico amanuense; ma Tamburini, così rispettoso dell’antica grafia, si limitò a italianizzare la desinenza.

Nel canto I dell’Inferno si riscontrano molti casi analoghi. In genere si tratta di errori palesi e non metteva conto inserirli in apparato. Va comunque detto che il Tamburini in genere cercava di dare un senso a quello che si trovava davanti, interpretandolo come poteva. Fin dal primo verso dell’Inferno, per spiegare quale fosse il “mezzo del cammin di nostra vita”, Benvenuto scrive così: “satis enim probabile videtur quod homo communiter usque ad XXV annum sit in incremento, aliis XXV annis in statu, aliis XXV in declinatione” mentre secondo l’apografo imolese, il terzo ed ultimo periodo della vita anziché nel declino “in declinatione” si trascorrerebbe nel diletto, in delectatione, affermazione che contrasta col senso generale della frase. Tamburini allora, per non distaccarsi troppo dal testo, tenne per buono il sostantivo ipotizzando che l’errore stesse nella preposizione. Il fatto che seguisse un ablativo dovette indurlo a supporre che in origine, anziché leggersi in delectatione, si dovesse leggere sine delectatione, vale a dire senza diletto, con cui ripristinava se non altro il senso. Questa variante è riportata dal Lacaita in apparato; ma infinite altre non lo sono.

Al verso 61 dello stesso canto l’apparizione di Virgilio è introdotta dalle parole “occurrit sibi quidam fugaturus nubem a mente eius” ossia “si presentò a lui un personaggio che avrebbe fatto dissipar (fugaturus) la nube della paura e dello sconforto che offuscava la sua mente”. Nell’apografo si legge invece “figuratus nubem”. Tamburini cercò di aggiustarne il senso traducendo così: “comparve a Dante un certo che sotto figura di nube”. Visto che Virgilio “per lungo silenzio parea fioco” e che Dante, nel rivolgersi a lui, non sapeva se fosse “ombra od omo certo” era del resto indubitabile che il suo aspetto fosse evanescente.

Questo poteva essere un semplice errore, e scusabile quindi la sua omissione in apparato; ma al verso 31 c’era una variante effettiva, di cui Lacaita non dà notizia. Parlando della lonza, Benvenuto la identifica nel leopardo e di ciò fornisce varie prove, ultima delle quali il fatto che questo animale, pur addomesticandosi agevolmente, spesso inganna e tradisce. Anzi, stando a quanto si legge  nell’edizione del Lacaita, il leopardo supera nella frode lo stesso leone. “ vincit leonem fraude”. Ora, a parte qualche antico apologo, non mi pare che il leone sia proverbialmente noto per essere un traditore. Lo stesso Benvenuto, nel XIII del Purgatorio, dopo il verso 30 riporta un esametro in cui, come esempio della frode, troviamo la volpe, non il leone. Perché allora non riportare in apparato la variante dell’Estense, per cui il leopardo supera nella frode non il leone, ma addirittura l’uomo, “vincit hominem fraude”? Se si aggiunge che subito di seguito Benvenuto fa il parallelo tra il leopardo e la donna, che grazie alla bellezza e per mezzo dell’inganno vince a sua volta anche un uomo fortissimo, possiamo finalmente congetturare che qui Lacaita non solo abbia tralasciato una variante, ma addirittura la corretta lezione originaria, riportata dal codice Estense e non dal Laurenziano.

Si noti che gli esempi addotti finora ricorrono tutti entro la metà del primo canto del poema: altri infiniti potrei addurne, ma come diceva il Passavanti exempla non sunt praeter necessitatem multiplicanda.

[xxxix] Vedi Giacomo Filippo lacaita, Prefazione a Benevenutus de Imola, Comentum super Dantis Comoediam, Firenze, Barbera, 1887, p. XVIII.

[xl] A meno di non supporre che, come aveva imputato al Tamburini, anch’ egli a sua volta “avesse affidato a giovani inesperti il lavoro principale, riservandosi soltanto di metterlo insieme e pubblicarlo”. Faziosità, spirito di parte, grulleria hanno nuociuto molto a Tamburini, ci sembrava giusto e utile ristabilire la verità.

[xli] Si veda Giovanni tamburini, Intorno alla vita ed alle opere di Benvenuto Rambaldi, introduzione a Benvenuto Rambaldi da Imola, Commento latino sulla Divina Commedia di Dante Allighieri voltato in Italiano dall’avvocato Giovanni Tamburini, Imola, Galeati, 1855-1856, volume primo, p. XIX.

[xlii] Tra la stesura definitiva e la pubblicazione dell’Inferno, da una parte, ed il completamento dell’opera dall’altra parte, intercorsero con ogni probabilità alcuni anni d’intervallo. Si veda Carlo paolazzi, Le letture dantesche di Benvenuto da Imola a Bologna e a Ferrara e le redazioni del suo Comentum, in “Italia medievale e umanistica”, 22 (1979), pagine 319-366. Tornando al Tamburini, probabilmente vi fu poi un’interruzione anche da parte sua, visto che nella lunga nota del febbraio 1847 egli diceva di aver tradotto la sola parte relativa all’Inferno, e di sperare di compiere anche la traduzione delle altre due, se la vita gliene avesse lasciato il tempo. L’intera versione doveva però essere già conclusa nell’autunno del 1849, stando alla richiesta espressa dal Giustiniani nella sua lettera del 7 novembre. Anzi, per usar proprio le sue parole, tra l’inizio del 1847 e la fine del 1849 dobbiamo tener conto delle “convulsioni politiche” di quegli anni, ed aggiungere a quel che accadeva allora in Europa il nuovo lutto che colpì la famiglia del traduttore nel 1848.

[xliii] Ancora una volta, senza oltrepassare il primo canto dell’Inferno, subito ci si presenta un buon esempio. Sempre argomentando l’identificazione della lonza col leopardo, simbolo della lussuria, il testo stabilito dal Lacaita presenta in successione quattro maliziosi paralleli tra la lonza e la donna. Due di essi, gli ultimi, noi vediamo mancare dalla traduzione del Tamburini; e troppo facilmente gli ripeteremmo la condanna d’ipocrita moralista, se non vedessimo che nell’apografo dell’estense compaiono soltanto il primo ed il secondo. Si pongano a confronto la pagina 35 dell’edizione Lacaita colla pagina 37 dell’edizione Galeati.

[xliv] In prevalenza si limita a non tradurre qualche modesta citazione di autori antichi, come sarebbe a dire il virgiliano Julius a magno demissus nomen Julo, commentando il verso 70 nel I canto dell’Inferno. Sempre nello stesso canto, a proposito del verso 99, omette l’esametro  Non satiare potest manus omnipotentis avarum.

Un caso interessante si ha nel V dell’Inferno. Passando dal primo al secondo cerchio, per descrivere la conformazione dell’Inferno Benvenuto ricorre a due paragoni: “sicut theatrum, sive harenam Veronae, […] vel sicut corbis Bononiae” ossia: “come il teatro, o arena di Verona, […] o come una corba di Bologna”. Nell’estense, tuttavia, quest’ultima espressione era abbreviata e poco chiara: il Lodi la riproduce esattamente nella colonna di sinistra, sciogliendola però in un “sicut orbis Bononiae”. Restava da interpretare l’esatto valore di orbis in questo paragone. Luigi Lodi, visto che si era appena parlato di un edificio a pianta circolare adibito a pubblici spettacoli, memore forse del Globe Theatre di Londra, ipotizzò in una sua nota che questo “orbe” fosse stato un “qualche circo, o anfiteatro di legname che esistesse allora a Bologna per le giostre, le quintanate ed altri simili armeggi cavallereschi”. In questo caso il Tamburini, visto che l’ipotesi non reggeva e che comunque l’altro paragone poteva bastare, preferì ignorare le due parole dubbie. In altri casi analoghi egli seguì invece, nella sua traduzione, non il testo corrotto del codice Estense, ma queste congetture marginali, proposte dal copista o dal vicebibliotecario che aveva collaborato alla trascrizione.

[xlv] Antonio caiazza, Sulla necessità di una nuova traduzione del Comentum, in aa.vv., Benvenuto da Imola lettore degli antichi e dei moderni, Ravenna, Longo Editore, 1991, pp. 245-250. Egli si dimostrò molto equilibrato nel suo giudizio sul Tamburini, perché non avendo, come nessuno prima di lui, condotto un attento esame sulla traduzione, è stato l’unico a non averlo nascosto. Non ha dunque deriso la presunta imperizia del traduttore e si è limitato a sostenere la necessità di una nuova traduzione su basi più generali e condivisibili, per quanto ambiziose.

[xlvi] La lettera è di poco successiva alla pubblicazione dell’Inferno e il mittente sperava di essere ancora in tempo prima della pubblicazione delle altre due cantiche; ma in ogni caso a servirlo provvide il revisore.

[xlvii] Nel commentare il verso “sì che due bestie van sott’una pelle” Benvenuto – fedelmente tradotto dal Tamburini – così scriveva: “Certo se Dante oggi vivesse potrebbe cambiare questa lezione e dire ‘sì che tre bestie van sotto una pelle’ cardinale, puttana e cavallo, come seppi di uno che ben conobbi, che portava la sua concubina alla caccia dopo di sé sulla groppa del suo cavallo, o del mulo, ed esso era veramente come il cavallo ed il mulo, ne’ quali non è intelletto, ossia ragione.”

[xlviii] Due traduzioni antiche, tra loro simili ma non identiche, custodite presso la Biblioteca Nazionale di Parigi e presso la Bodleian Library di Oxford, non furono mai pubblicate né saprei dire quanto siano fedeli. Risalendo comunque ad un periodo compreso tra la fine del Trecento e la prima metà del Quattrocento, per una edizione divulgativa andrebbero a loro volta riscritte in Italiano moderno, operazione lunga ed improponibile, perché il risultato sarebbe la traduzione di una traduzione. Si veda Marcella roddewig, Benvenuto da Imola e Giovanni da Serravalle, in aa.vv., Benvenuto da Imola lettore degli antichi e dei moderni, Ravenna, Longo Editore, 1991, pp. 85, 98.

[xlix] Pubblicato sul “Marzocco” del 6 luglio 1902, raccolto poi nel volume postumo Conferenze e studi danteschi, curato dalla sorella Maria (Bologna, Zanichelli, 1914) e finalmente compreso nel secondo volume delle Prose, nell’edizione di Tutte le opere (Milano, Mondadori, 1952, pp. 1469-1487).

[l] A San Pietroburgo pubblicò nel 1841 La Muse Italienne en Russie, recueil d’improvisations diverses, avec des traductions ou imitations en differents langues (pubblicato postumo anche a Imola dal Galeati nel 1867) e, nel 1856, un opuscolo Per l’incoronazione di S.M. Alessandro II, Imperatore delle Russie.

Tra le Carte Galli dedicate agli Imolesi illustri si conserva la trascrizione di una lettera del cardinal Baluffi che in data 14 maggio 1848 rispondeva al Giustiniani, il quale gli aveva scritto per sapere che opinione si avesse di lui a Imola. Oltre alle personali attestazioni di stima e di affetto, il porporato aggiunse che taluni sospettarono, nel Giustiniani, “quasi un incaricato di straniero governo per osservare le attuali cose italiane e darne a Lui ragguaglio”. Il cardinale non credeva a tali sospetti, ma li spiegava col fatto che il Giustiniani non aveva voluto prendere alcuna parte ai “pubblici affari” di quei giorni. Certo, qualunque fosse la verità, quella del Giustiniani resta una figura poco limpida: anche nella recente Storia di Imola curata da Massimo Montanari egli  viene ricordato solo per un furto letterario commesso ai danni di Nicola Gommi Flamini (cfr. Andrea ciotti, Poeti e scrittori imolesi, in aa.vv., La storia di Imola, a cura di Massimo Montanari, Imola, Editrice La Mandragora, 2000, p. 438).

[li] Non è chiaro qui cosa si voglia intendere coll’espressione “le tre Cantiche di Benvenuto”: è probabile che si trattasse di un saggio fattogli pervenire dal Tamburini, forse il commento a tre singoli canti della Commedia.

[lii] Nel post scriptum presenta il dono di un dipinto di Karl Bruloff, raffigurante una Sibilla, inviato al Tamburini in segno di gratitudine assieme alla lettera.

[liii] Giambattista Giuliani, nato a Canelli nel 1818 e morto a Firenze nel 1884, padre somasco e dantista di una certa fama.

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