Nick mano fredda n° 1 – 2000

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Nick mano fredda

Fare Cinema in Romagna
n° 1 – 2000
Anno primo

Caro Paul,
eccoci al nostro secondo appuntamento con te e con qualche distratto lettore. Il numero zero, che tu a quest’ora dovresti aver ricevuto dalle mani della gentile Abra Bigham, è stato distribuito in giro per la Romagna e per l’Italia; qualche copia ha varcato i confini. Tutto questo non è importante mentre invece conta molto che ciò che speravamo si stia avverando: conoscere tutta quella gente che sta facendo cinema qui in giro e non sa come farlo vedere ma ecco che altri si organizzano perché tutta questa produzione “underground” esca fuori e sia guardata e giudicata e noi con loro a farci coraggio. Per un’Italia del cinema che si piange addosso dalla mattina alla sera, non è male che tanti giovani si stiano battendo con forza per fare cinema, spendendo quel che guadagnano con altri lavori e contando sulle proprie forze come non si vedeva da tempo qui.
Salute Paul, la risata di Nick è sempre con noi, con la stima e l’affetto che ti portiamo
la VACA

Narrate uomini la vostra storia: Vincenzo Gianstefani
Vincenzo Gianstefani fa il proiezionista da 82 anni!

Non è un errore di stampa quell’82 e se vi gira la testa a fare i conti per capire quando ha cominciato allora ve lo diciamo subito: nel 1918, a 9 anni, quando entra come primo ospite della Colonia Agricola Orfani di Guerra che il leggendario Don Galassini ha voluto e iniziato a costruire a Villa S.Martino di Lugo, a guerra ancora in corso, per gli orfani dei contadini. Lì trova un proiettore minuscolo ma funzionante che lui s’ingegna a far lavorare. Nel 1924-25 ha già un proiettore normale a disposizione e quando Don Galassini diventa arciprete di S.Pietro in Sylvis e di S.Michele a Bagnacavallo e preleva il già esistente Cinema-Teatro Ramenghi (1932!), Gianstefani diventa il proiezionista ufficiale e svolge da allora la professione. Non si creda che oggi lo faccia in modo simbolico. Adelmo Bucci, l’attuale gestore, che gli è affezionatissimo deve sgridarlo per impedirgli di svolgere le mansioni più pesanti ma Gianstefani ci dice ridendo: ” se sto fermo faccio la ruggine, bisogna stare in allenamento”. Guarda e accarezza le due mastodontiche macchine da proiezione con il tatto, l’orgoglio e l’attenzione con cui un ferrarista cullerebbe una rossa da pista. Quando lo senti parlare con arguzia o lo vedi salire con disinvoltura le rampe di scale che lo portano alla cabina, non puoi non chiederti se sia proprio vero che quell’uomo così lucido e pratico avrà 92 anni il prossimo 20 marzo 2001. Per dar conto di quello che diciamo pubblichiamo due foto scattate da Luca Pirazzini la sera del 12 dicembre scorso.
Gli facciamo la domanda di rito: qual’è il film di maggior successo che ha proiettato? La risposta è tanto pacifica quanto scontata per lui: I Dieci Comandamenti! E prima della guerra? Mamma, con Beniamino Gigli.
Sul suo lavoro fa solo una semplice considerazione: “Se smettessi di fare questo lavoro morirei il giorno dopo e se non lo avessi fatto sino adesso sarei già morto da almeno dieci anni”. Se guardando le due macchine da proiezione e l’interno del Ramenghi viene in mente subito Nel corso del tempo di Wenders, parlando con Gianstefani il pensiero si blocca sul rapporto così profondo tra un uomo e il suo lavoro e ci si domanda se sia un caso che il lavoro in questione sia il cinema, pur nell’ultimo suo attimo, quello spegnersi delle luci in sala che finalmente lo fa vivere. Solo poche professioni come il cinema conoscono uomini e donne con una dedizione come questa, senza età. Quando Don Galassini nelle sue volontà testamentarie della fine degli anni cinquanta, tra la sorpresa generale, impose che il Cinema-teatro Ramenghi fosse un bene affidato in usufrutto e sotto la sua completa discrezionalità a Vincenzo Gianstefani sino alla di lui morte, aveva senz’altro in mente che quel proiezionista che s’era trovato tra le mani sin da bambino era in realtà lo spirito più tranquillo e più forte per assicurare lunga vita a quel luogo dove tanti spettatori avevano conosciuto qualche ora di sogno in una vita abbastanza grama. E Gianstefani ebbe il fiuto di trovare nel 1974 in Adelmo Bucci il gestore innamorato di cinema capace di attraversare con abnegazione il lungo buio della crisi del settore. Quanti ne abbiamo incontrati in Romagna di questi innamorati del loro lavoro di gestori di cinema, di proiezionisti, di semplici uomini di fatica? Tanti e tante sale sono sopravvissute solo grazie a questa genìa di romagnoli testardi, fedeli al loro lavoro, incuranti dei successi altrui, delle lottizzazioni e dei supermercati che altrove sorgevano al posto delle vecchie sale. Macché! Hanno speso soldi e fatica a migliorarle anno per anno, a cercare di tenere il passo a fronte di cambiamenti epocali e tengono duro di fronte anche alle abbaglianti luci delle multisale e di tutte le altre diavolerie. Sono come gli Apaches: in fuga dalle riserve dove gli altri, quelli inchiodati davanti alle TV li vorrebbero. Quando cadono rimangono nella memoria popolare come monumenti: lì c’era il Cinema X, lo gestiva il tal dei tali e giù nome e cognome e storie che sembrano formare una mitologia tanto antica quanto appena alle nostre spalle. Forse loro, questi uomini che fanno vivere il cinema lo sanno, sanno di essere una parte importante di una comunità, di un immaginario collettivo, di un’identità per questo vanno con passo così svelto, combattendo amarezza e solitudine con tanta pellicola ancora da proiettare. Vincenzo Gianstefani è il più longevo di questi campioni ma anche il più sereno che abbiamo mai incontrato perché è uno che sa che il suo lavoro l’ha fatto proprio bene e non vede perché dovrebbe smettere proprio adesso che si fanno anche dei bei film d’autore e c’è una rassegna settimanale apposta!

Corri ragazzo corri!

Perché ciascuno sappia e nessuno si prenda paura.
Quanto è lungo il viaggio tra una sceneggiatura già pronta e magari anche premiata e il ciak d’inizio film?Ovviamente non esistono regole ma dalla storia degli altri si possono imparare tante cose, per questo vi raccontiamo un pezzetto almeno della nostra… Ogni film è una storia a sé. Berbablù è il terzo progetto di lungometraggio della VACA, da tre anni è cominciato il viaggio per trovare i soldi per realizzarlo. Dopo tutte le solite traversie ministeriali abbiamo spedito la sceneggiatura di Berbablù a MEDIA, l’organismo europeo per cinema e TV a Parigi, per concorrere come progetto italiano agli incontri di Conctact Europe a Berlino. E’stato uno dei due progetti scelti a rappresentare l’Italia. Conctat Europe non è altro che l’opportunità che viene data di incontrare produttori e addetti a cui presentare il progetto per cercare finanziamenti e quant’altro possa aiutare a produrre il film. I due registi, Luisa Pretolani e Massimiliano Valli ci hanno fornito questo racconto dei loro incontri berlinesi: parla dello stato d’animo, delle tensioni e di quando succedeva là. Sul risultato finale non ci sono ancora certezze: è andata buca o abbiamo risolto qualcosa? Intanto è stato molto utile e capirete perché leggendo qui sotto e poi si vedrà se almeno un “contatto forte” darà qualche frutto. Insomma il lungo viaggio continua.

BERLINO Contact Europe 24-26 Novembre 2000
di Luisa Pretolani e Massimiliano Valli

Arrivati in una soleggiata Berlino, all’appartamento di una gentilissima amica che ci ospita, i bagagli carichi di librini Berbabluelici, musiche, dépliants…finalmente si fa sera e insieme a Massimiliano ci si incammina al primo party del “famoso” ristorante Menzini. Ci sono tutti. Ma chi sono questi tutti? Alcuni hanno etichette sulla giacca che dicono la compagnia d’appartenenza “TF1”, “ARTE” e poi ci sono quelli senza cartellino, ci sono gli infiltrati, quelli che in qualche modo sono riusciti ad essere lì per “incontrare”, per fare quello che gli Americani chiamano “networking”. Insomma la cena è servita, noi siamo a tavola con una rappresentante dello stato canadese del Manitoba e a parte parlare di temperature polari e dei fondi che loro danno a chi accetta di lavorare alle loro temperature, non abbiamo molto altro da dire. Un’infiltrata che conosce tre lingue, si siede accanto a me, e tra una forchettata e l’altra cerca di capire e carpire più informazioni possibili su di noi, poi comprende che noi no, di soldi non ne abbiamo, anzi siamo lì a cercarli… e allora ridirige il tiro sulle pianure canadesi. Al tavolo c’è anche un timido regista belga e un insopportabile stupido regista tedesco che per fare lo spiritoso racconta alcune barzellette sugli Italiani, ci racconta anche che ha una casa ad Ischia e data la somiglianza con Peppino di Capri da quel momento viene soprannominato Peppino di Ischia.
Sulla mezzanotte si rientra. L’adrenalina sale al pensiero che domani… domani…
E il sabato arriva, dalle finestre si vede la nebbia sui tetti, prepariamo una valigia con tutti i librini, le cassette con il nostro production reel, le schede per Tizca, per Tanabèss… insomma siamo pronti. Durante il viaggio in taxi, io e Massimiliano ci ripetiamo il budget che presentiamo di Berbablù, cosa chiediamo, cosa vogliamo, che tipo di contratto siamo disposti a fare.
Arriviamo un po’ trafelati ancora nella sala del Menzini, al momento adibita a sala di riunione, 20 tavoli per 20 incontri… Il nostro primo incontro è stato messo nella nostra agenda perché ci si riscaldasse, un po’ come gli atleti che si preparano alla gara. Tutti ci vedono arrivare con la nostra valigia e mi chiedo se nella loro mente non pensino: “Italiani emigrati…”. Noi un po’ emigrati ci sentiamo, sentiamo che non siamo proprio nelle nostre acque: lo capisci dove appartieni, ti senti pesce piccolo tra gli squali che fumano Gauloise e che ti sorridono, ascoltandoti (?). E se la nostra pinna sul dorso è piccola cerchiamo di tirarla a lucido e di usarla per nuotare svelti.
Massimiliano apre la valigia ed eludendo la domanda “Siete appena arrivati…?” tira fuori un librino di Berbablù, “Oh c’est magnifique…” sorride il produttore francese facendo scivolare le dita sotto la ceralacca e aprendo il librino. Entriamo nel vivo del discorso che significa “quanti soldi abbiamo, quanti ne cerchiamo, e cosa vogliamo farci…” è il primo incontro e zoppichiamo un po’. Mi sento come quando a scuola, da piccoli, ti chiamavano alla lavagna e ti chiedevano con aria finta bonaria la circonferenza del cerchio, tu sai che i numeri li hai in mente, ma per arrivare a trovare la circonferenza… beh, ci vuole un po’ di fantasia. Ecco un produttore non ama tanto la fantasia nei numeri, lo capisco dal sopracciglio che gli si alza e che intravvedo tra il fumo delle Gauloise, “sì -dico io incalzando- noi abbiamo una conoscenza del territorio che ci permette di fare un film con questo basso budget… e poi gli attori, no… a dire il vero non sono famosissimi a livello internazionale però sono bravissimi e molto stimati sul piano nazionale…sì, forse potremmo considerare di girare in Francia alcune scene…”. La scelta dell’adattabilità delle locations cambia da produttore a produttore, diciamo perfino ad un produttore che forse sì, il Lussemburgo non sarebbe male anche se ci sfugge il paesaggio lussemburghese…” ah la Baviera, bellissima!” esclamiamo entusiasti parlando con il possibile finanziatore bavarese che avrà tra sì e no 27 anni e si sente molto orgoglioso di aver venduto i diritti alla Sony di “Run Lola Run/ Corri Lola Corri”, “bella la trama, ma un po’ complicata… e poi e’ un film drammatico o musicale o…”. Torna la circonferenza del cerchio e adesso dobbiamo inquadrare Berbablù, un breve sguardo tra me e Massimiliano e in coro diciamo “drammatico ma…” “Voi Italiani avete sempre un ma”. Già, pardon.
Riapriamo e richiudiamo la nostra valigetta 10 /12 volte, ormai un po’ tutti hanno avuto i nostri librini, i nostri production reels, e sentiamo che piacciono, “Bel marketing” ma fate tutto voi? Difficile spiegare cosa siamo, è ancora più difficile che spiegare il budget, sì, facciamo noi,…ah VACA, Cow, cerchiamo di tradurre il significato/simbolo della mucca, cerchiamo di muovere la pinna sul dorso, di capire se siamo cibo per gli squali, e se sono squali o se siamo semplicemente noi che non sappiamo nuotare. Alle 6 del pomeriggio siamo esausti, abbiamo presentato Berbablù in 3 lingue, ormai riusciamo a far quadrare il cerchio ad occhi chiusi, cerchiamo sempre però di non essere automatici nel modo di parlare, di dare la stessa attenzione a tutti, come se l’ultimo produttore che incontriamo fosse il primo… in fondo è la prima regola del marketing: “far sentire a tutti che sono importanti”.
Arriva la sera di sabato, esausti e affamati ci rechiamo al buffet, dove una folla di produttori, registi, e attori dell’ultimo momento sono già all’opera. Affamati ma contenti e soddisfatti perché sentiamo che più di così non potevamo fare, dire, raccontare, vendere e presentare; ci lasciamo andare alle buone birre bavaresi. Presi dalla contentezza ci uniamo ad un gruppo di simpatici registi canadesi, anzi pardon, quebecoise. La serata avanza, e ad un certo punto e’ meglio rientrare se si vuole cercare di incontrare qualcuno domattina al mitico Menzini.
Leggiamo velocemente il catalogo scendendo le scale in una domenica mattina soleggiata e fredda, non c’e’ nessuno fuori per la strada, saliamo su un taxi, ormai riusciamo anche a dire in tedesco dove dobbiamo andare… Il Menzini è nel Mitte la parte vecchia, o meglio ex-est della Germania. Tutto cambia nella parte Est, vecchi palazzi ancora in odore di Stasi, piccoli cortili recuperati e ora bellissimi, ed incorporati tra grandi magazzini.
Al Menzini ci sono quelli sopravvissuti all’ubriacatura della sera prima, dal catalogo dei produttori vediamo che c’e’ un personaggio molto interessante, un produttore olandese. L’avviciniamo e tra un caffè ed un succo di frutta gli illustriamo Berbablù; dopo le 8 ore di presentazione del giorno prima, ormai la lingua ci si scioglie velocemente tra i personaggi, il budget, le location, i lavori fatti, i progetti che abbiamo in futuro… Insomma rimaniamo a parlare per quasi 2 ore, lui è interessato ed interessante, con un ottimo senso dello humour. E quasi mezzogiorno, si deve andare, bisogna rientrare verso casa e raccontare degli incontri. Il produttore olandese si congeda gentilmente e lentamente, prende tutto il nostro materiale con cura e dice:” molto interessante, mi piace quello che fate, ci risentiremo”.
Siamo contenti, forse avremmo potuto ottenere di più, ma sentiamo che la pinna sul dorso c’è cresciuta, ora non ci sentiamo più pesci rossi trascinati dal vaso sul camino nella corrente del fiume: che sia vero che per imparare a nuotare bisogna “solo” gettarsi nell’acqua?

Berbablù
Il credo artistico

Il film vuole riuscire a dare il senso e la bellezza di un’epopea e di una tragedia che, partendo da una storia individuale, sospinge in fine verso la dimensione collettiva. Il punto di partenza è quello della fedeltà alla memoria storica che va risolta con un’elaborazione poetica forse ardua ma significativa, nella sua impostazione, del modo stesso di lavorare della VACA e di concepire da parte di questa il fare cinema. Catturato con la ricerca e con gli occhi del cuore un tempo, un mondo, un uomo e la sua storia, si tratta di riuscire a farlo vivere nella sua complessità: la paganità e l’anticonvenzionalità del o dei personaggi va resa in tutta la loro dimensione, crudezza, bellezza, istintività. Berbablù è una storia forte, nel senso che tocca e fa vibrare le corde più profonde dell’umano sentire, per questo va trattata con estrema cura, con orecchio e occhio attento ai particolari in una visione d’insieme che nulla può concedere a facili stereotipi. Un progetto che vuole farsi cinema-cinema, goduto da molti per l’autenticità e l’originalità dell’impostazione psicologica e della proiezione della stessa dal e nel pubblico. Far vivere il “credo” pagano di Berbablù e di Norma, il misticismo di Lucia, il cinismo di Salviati e Arfur, come lo scorrere intelligente e bizzarro della quotidianità di Mufina e Didoni o la psicologia di Tedesca, vuol dire misurarsi attraverso l’unico modo consentito -la visione cinematografica-con un pezzo di storia, resuscitando l’amore, le lotte, le paure così come la miseria, la fame, la prevaricazione e la rabbia che quella storia contraddistinsero. A questo, dopo le lunghe peregrinazioni documentaristiche, ai cortometraggi e ai due lungometraggi Tanabèss e Tizca ci sentiamo votati.
La VACA, con amore a chi crederà nel progetto Berbablù.
Artistic Credo
The film wants to give the sense of beauty of an epic and tragedy which, setting out from an individual history, pushes on into to the collective dimension. The starting point is that of faithfulness to historical memory which is resolved with a perhaps difficult but meaningful poetic elaboration, in the way it is set out, of VACA’s way of working and of its conception of how to create cinema. Having captured with research and with the eyes of the heart an epoch, a world, a man and his story, we must succeed in making him live in his complexity: the pagan and unconventional nature of the character or characters must be rendered in the entire dimension, rawness, beauty, instinctivity. Berbablù is a powerful story in the sense that it touches and vibrates the most profound chords of human feeling. This is why it must be treated with extreme care, with eye and ear attentive to detail in an overall vision which can make no concessions to facile stereotypes. A project that aims to be cinema-cinema, enjoyed by many for the authenticity and originality of the psychological approach and the projection thereof from and into the public. To bring to life Berbablù and Norma’s pagan “credo”, Lucia’s mysticism, Salviati and Arfur’s cynicism, and the intelligent, bizarre everyday flow of Didoni and Mufina, or German’s psychology, means to contend with the only means permitted – filmic vision – with a piece of history resuscitating the love, the struggles and the fears, not to say the misery, hunger, prevarication and rage that distinguished that history. After our long peregrinations through documentaries, shorts and the two full length films Tanabèss and Tizca, we feel we dedicated to it.
VACA, with love to all who believe in the Berbablù project

Digitale
di Masi

DIGITALE (ing. digital, latino digitalis, “a forma di dito”, con riferimento al conteggio). In elettronica e in informatica, di sistema o dispositivo che si serve di cifre numeriche per rappresentare dati e grandezze o per riprodurre impulsi fisici.
Così il recentissimo T. De Mauro che però non ci aiuta molto a capire il significato di una delle parole più usate di questo inizio secolo; di certo sappiamo che attraverso un’elaborazione numerica possiamo codificare e decodificare anche delle immagini e che questo ha portato fermento nel mondo del cinema per le implicazioni estetiche, spettacolari e produttive che ne conseguono. “Nick” intende approfondire e dibattere le questioni legate al digitale nel cinema a partire da questo numero nel quale cercheremo di capire se il cambiamento di supporto, dalla pellicola all’elettronica digitale, implica uno snaturamento degli elementi che hanno caratterizzato il cinema fino ad ora.
Il cinema nasce grazie all’invenzione della pellicola ma essa non ne è l’unico elemento fondante. Fu infatti il dispositivo sala/schermo a fare la differenza quel lontano dicembre parigino durante la famosa proiezione Lumière del 1895; del resto l’uso della pellicola fotografica per creare l’illusione di movimento (Kinetoscopio Edison) è antecedente ai Lumière. Il cinema poi, da fenomeno da baraccone, è diventato mezzo espressivo strutturandosi in un linguaggio ed una relativa grammatica che regola piani, campi, movimenti di camera, montaggio, attraverso la quale può avvenire una narrazione o una documentazione.
All’ingrosso si può dire che gli elementi che definiscono il cinema sono quindi tre: il supporto (storicamente la pellicola), il dispositivo schermo/sala, il linguaggio filmico.
L’evoluzione tecnica e culturale ha di fatto influito notevolmente su questi tre elementi; vediamo sommariamente come, partendo dal linguaggio. Sostanzialmente la grammatica filmica non varia dal 1915. Certo si è impreziosita di nuovi mezzi espressivi come il suono ed il colore, si è spettacolarizzata nei movimenti con la camera, si sono aggiunte nuove figure retoriche grazie all’uso della profondità di campo resa possibile dalle ottiche a fuoco variabile e molto altro, ma il tutto ha influito sugli stili dell’uso della grammatica non sulla grammatica stessa: nuovi stilemi di racconto che tengono fede ad un linguaggio definito. Non a caso tutte le sperimentazioni che hanno tentato di scardinare le basi del linguaggio filmico, dalle avanguardie storiche fino a Warhol, a tutta la ricerca elettronica, sono citate più come operazioni artistiche, di ricerca, videoarte, comunque posizionate al di fuori o al fianco del cinema cinema. Cinema che è (almeno in italiano) anche sinonimo di sala. Vediamo allora le evoluzioni del dispositivo schermo/sala ovvero della fruizione cinematografica. I film sono in gran parte pensati e concepiti per le sale, ovvero lo spettatore è nelle condizioni di godersi e di fruire al meglio del film solo al cinema. Anche qui le innovazioni tecniche hanno influito e influiscono sulle potenzialità espressive dei film ma non sulla sua natura. Se invece l’innovazione tecnica snatura lo specifico cinematografico il risultato è patetico o torna nella direzione primordiale del cinema come spettacolo da baraccone: 3D, cinema 180°, Imax. Altro discorso per le altre forme, oggi esistenti, di visione dei film (televisione, videoregistrazione, ecc.); queste visioni non hanno di fatto sostituito la sala, ma alterano il sistema di visione rispetto alla finalità pensata dagli autori e dalla produzione (a meno che non si tratti di film nati per la TV) e, oltre alle inevitabili mediazioni (qualità dell’immagine, formato ecc.), rendono addirittura manomettibili dallo spettatore stesso le immagini agendo, per esempio, sul controllo colore o luminosità di un telecomando. In sostanza la visione cinematografica ha il suo specifico all’interno di una sala di proiezione almeno finché verranno pensati e realizzati film che hanno nella proiezione la finalità principale, in quanto nella sala l’unico elemento di scambio film/spettatore è dato dall’audiovisione senza possibilità di interazione.
Ci sono ulteriori possibilità di fruizione di immagine e ne verranno altre. Internet, ologrammi tridimensionali (fantateatro), walkman DVD che ci permetteranno di vedere attraverso speciali maschere i film ovunque noi siamo, ecc., ma l’audiovisivo che ha queste finalità ha bisogno di un pensato diverso a monte, quindi nuovi linguaggi, figli magari di quello cinematografico ma altri da lui. Niente di male ma non siamo più al cinema, non è più cinema.
Discorso diverso per il terzo elemento fondante: il supporto, fino ad oggi la pellicola. A questo proposito molto è cambiato e sta cambiando. Negli ultimi vent’anni la tecnologia, soprattutto quella digitale, ha reso possibile un’interazione indolore tra elettronica e chimica. L’immagine chimica-fotografica che si sussegue nei chilometri di pellicola che occorrono per girare un film è oggi codificabile nelle memorie di un computer, manipolabile e restituibile al supporto fotografico; di più, possiamo vidigrafare, scannerizzare immagini video su pellicola, di più ancora, possiamo proiettare con alta definizione audio video su grande schermo immagini digitali che non hanno mai avuto contatto con la superficie fotosensibile di una pellicola cinematografica.
Cosa ha significato e cosa significa tutto questo.
Aldilà dello sviluppo qualitativo dell’effettistica ( per quanto riguarda il cinema dei grandi budget), l’avvento del digitale ha aperto nuovi orizzonti alla produzione cinematografica a basso costo. Inoltre apre nuove possibilità di ri-teorizzazione sugli stilemi cinematografici, mantenendo inalterate le altre due caratteristiche fondanti del cinema stesso, linguaggio e dispositivo sala/schermo. Grazie a questo si sta vivendo una fase di grande fermento, dal perfezionamento tecnico/spettacolare delle grosse produzioni al DOGMA di Lars Von Trier e soci, ai mille esperimenti che acquistano nelle sale dei festival ed oltre dignità cinematografica. Tra Guerre Stellari – Episodio 1 – La minaccia fantasma (1999) e Blair Witch Project (1999) c’è la differenza di 999.598 dollari spesi al minuto (pur con eguale successo ai botteghini) mentre hanno in comune quella commistione pellicola/digitale che nulla toglie alla potenza del linguaggio cinematografico e che il pubblico continua a vedere anche in sala nonostante internet, le videocassette e quant’altro. Se Episodio 1 di Guerre stellari girato in pellicola, finalizzato digitalmente, è stato possibile vederlo (oggi solo pochi eletti, domani chissà) in videoproiezione digitale, Episodio 2 non vedrà in nessuna fase della lavorazione la pellicola se non per la grande distribuzione che non possiede, e non possiederà per molti anni, i luoghi attrezzati per la distribuzione digitale. Tutto ciò significa che viviamo una fase importante di trapasso tecnologico che da un lato si preoccupa di superare quello che è stato il cinema per sperimentare, creare, commercializzare nuove forme di linguaggio legato alle immagini, dall’altra invece rinnova la forma di quest’arte senza alterarne le caratteristiche di linguaggio e di fruizione. Nulla sembra cambiare per chi, artigiano del pianeta cinema, ama questo modo di esprimersi e comunicare, di raccontare storie, di documentare e regalare emozioni. Un film girato in digitale ha la doppia possibilità di essere trasportato in pellicola oppure essere proiettato direttamente tramite videoproiezione in completa compatibilità con gli elementi fondanti del cinema. Se il cinema è affabulazione per immagini e suoni proiettati sullo schermo di fronte ad un pubblico questo “film senza film” ha la dignità di chiamarsi tale con o senza pellicola. (1. Continua)

Marco Bellocchio e Imola
Primo Tempo

Nel 1965 Marco Bellocchio riceve il Premio Città di Imola per il suo primo film I pugni in tasca. Il premio consiste nella riproduzione di un grifone, simbolo della città ed è assegnato dal Circolo del Cinema di Imola Il Circolo, attivo per oltre vent’anni, dalla fine degli anni quaranta fu promotore di iniziative cinematografiche di grande interesse. Il premio veniva attribuito durante la Mostra del Cinema di Venezia, dove la giuria si trasferiva per visionare i film e decidere quale premiare tra quelli italiani presenti al festival.
Nel 1966 Marco Bellocchio è a Imola per le riprese del suo secondo lungometraggio La Cina è vicina. Il film narra di squallidi intrallazzi che mischiano la politica con l’interesse, l’arrivismo con la fame di denaro e potere, il tutto ambientato in una piccola città, con i movimenti di estrema sinistra che iniziano a farsi sentire. Le riprese del film coinvolgono spazi, palazzi e persone di Imola; alcune scene vengono girate nel Palazzo Tozzoni, oggi di proprietà comunale ma all’epoca ancora della contessa Tozzoni che, tra l’altro, appare anche come comparsa. Leggenda vuole che in questo modo Bellocchio potesse continuare ad essere ospite nel bellissimo Palazzo…
La lavorazione di un film diventa, essa stessa, storia raccontata da diversi punti di vista, ed alle immagini spesso si sostituisce l’immaginazione o, più semplicemente, i particolari diventano aspetti fondamentali, si mangiano tutto e rimangono soli al centro dell’attenzione: sono aneddoti, “… quella volta che andai a chiamare Bellocchio, Marco, sul set, e dovette interrompere la scena…”, episodi vissuti che vale la pena ricordare.
Va detto che La Cina è vicina è un film straordinario, con contenuti più che mai attuali; peccato solo che sia praticamente introvabile, anche per lo stesso Bellocchio (ne esiste una copia in pellicola alla Cineteca Nazionale di Roma). Il problema della difficile reperibilità pare stia nel fatto che i diritti furono acquistati, diversi anni fa e assieme ad altri film, da una grande major americana che oggi probabilmente non vede in certi titoli potenzialità commerciali.
In sostanza un autore fa un film, impiega tempo ed energia, ci mette tutto ciò che può ed anche un po’ di più, perché quel film è fondamentale, perché deve venire alla luce, deve esistere ed ha solo un modo per farlo. Dopo alcuni anni arriva qualcuno, compra uno stock di film, ed anche i diritti di quel film se ne vanno: tanto lavoro può sparire nel nulla.
Intervallo
Presentare il film ad Imola diventa assolutamente una cosa da fare. Dopo oltre trent’anni, con la storia del set che ancora è nella memoria di molti che vi collaborarono o, semplicemente curiosarono, è importante riproporre La Cina è vicina, anche per la sua difficile reperibilità.
Iniziano le ricerche. Alcuni ricordano una copia del film lasciata da Bellocchio alla città come ringraziamento per la collaborazione e l’ospitalità avuta. Vengono interpellate varie persone, custodi del Palazzo e magazzinieri ma la copia, se mai è esistita, non si trova. Leggenda metropolitana?
La circostanza della celebrazione dell’attività del Circolo del Cinema di Imola, con la pubblicazione del saggio scritto da Nazario Galassi, che ne fu presidente, è l’occasione giusta: si ricorda il Circolo, si presenta il saggio, si incontra Marco Bellocchio, si presenta La Cina è vicina. Tutto grazie all’intelligente opera di ricerca e mediazione di Mauro Bartoli coordinatore di quel gioiello che è Corto Imola Festival.
Secondo Tempo
Marco Bellocchio è da andare a prendere a Roma, in auto.
Si arriva in ritardo per via di un’indicazione saltata per cui, invece di uscire dalla tangenziale si finisce nel centro di Roma, con il Giubileo dei politici che impazza. Bellocchio è assolutamente una persona alla mano, in auto chiacchiera di cinema, del festival di Imola e del Circolo. è curioso di sapere cosa l’attende ad Imola, che ricorda con piacere pur non essendovi ritornato da svariati anni. Ricorda anche molti di quelli che gli diedero una mano, forse non tutti e probabilmente meno di come questi si ricordano di lui ma d’altronde se per Bellocchio La Cina è vicina è uno dei suoi film, per gli altri è il film al quale collaborarono.
Durante la cena con alcuni che parteciparono all’attività del Circolo, Bellocchio chiede e si informa sullo stato degli ex-manicomi imolesi; nella sua filmografia c’è la partecipazione al film Matti da slegare, che negli anni settanta contribuì alla messa in discussione dei manicomi e che venne proiettato in Parlamento per l’approvazione della Legge 180 – Basaglia. L’occasione di poter parlare con Nazario Galassi, che ha scritto un’importante storia degli ospedali imolesi, rende possibile trovare spunti interessanti: uomini e donne, medici e ricoverati, episodi dissepolti dagli archivi chilometrici che contengono la storia della sanità imolese. Chissà, forse un episodio, una lettera, un volto, una cartella clinica potranno servire a Bellocchio per ricostruire una storia e raccontarla, con un nuovo film.

Story board e Davide Reviati
la VACA

Quando dicemmo a Davide Reviati, nel lontano 1996, all’epoca di Tanabèss che lui doveva fare lo story board (ma sì, un po’ di vignette per illustrare il film!), ci trovammo dopo un mese di fronte ad una montagna di disegni che formavano un film già belle e fatto e montato a modo suo. Non riesce a prendere alla leggera niente Reviati e così i registi dovettero scornarsi con lui sui piani sequenza e sui tagli di montaggio, neanche fosse stato l’autore del soggetto e della sceneggiatura. Poco importa, di fatto si sentiva delegato a rappresentare le motivazioni artistiche di tutti. Dopo un simile precedente le strade da prendere erano due: 1. Mandarlo al diavolo e non averlo mai più tra i piedi. 2. Farne una specie di alter-ego tanto prezioso quanto insopportabile. Buona la seconda. Così la lavorazione di Tizca . Gli uccelli dipinti del Caucaso (dove quel buontempone del soggettista aveva addirittura previsto una lunga parte per lui), fu uno spasso. La prima attrice, la bravissima Elena Bucci, dovette decidere su due piedi se ucciderlo o innamorarsene, buona la seconda (ancora ne paga le conseguenze), i registi si rassegnarono a lunghe notti al chiaro di luna, fortunatamente era estate. Il resto della troupe qualche volta si chiede ancora cosa è successo in quel giorno o in quell’altro. Morale: o la VACA è masochista o Reviati è veramente un grande disegnatore e quindi i suoi story board sono qualcosa di più di una traccia, magari arrivano ad essere una fascinazione. La potente lobby dei suoi pochi ma pervicaci ammiratori, guidata da un intelligente e sagace Coniglio, ci impone di stare sul lato fascinazione. E noi ci stiamo, visto che a Berlino, a quel Contact Europe, di cui si parla ampiamente qui a lato, i produttori e gli addetti ai lavori erano veramente molto colpiti da quel che vi presentiamo qui in basso e da un altro paio di libroni illustrati su location e altro per Berbablù. L’unico problema è che nessuno lo vorrebbe attorno al set o in post-produzione e allora lui fa l’offeso e si rifugia nella sua tana e ci tocca pure supplicarlo perché esca. Abbiamo parlato di tana e non di casa perché Davide Reviati è un mostro mitologico, parte uomo e parte leone. Inutile fare pettegolezzi su quale parte fisica sia l’uno o l’altro.
Qui sotto, come dicevamo, abbiamo riprodotto in bianco/nero il libriccino che si dava ai produttori. Manco a dirlo: lui non voleva. Era per rifarne qualcuna di queste illustrazioni, cioè tutte. Noi pubblichiamo il libriccino così com’era, con i testi in lingua inglese e questa variante del b/n che ci scuserete ma voi siate gentili, diteci qualcosa: lo dobbiamo tenere ancora con noi?

Una bella donna, turbata un poco…
di E. Rajna

Russi, 8 dicembre 2000, mostra LIBRI MAI MAI VISTI.
Una bella donna, turbata un poco…dalla vista della gran folla che assiepa la navata dell’ex Chiesa in Albis, s’avanza guardinga tra i tavoli che dall’Altar Maggiore vengono giù giù a disporsi a raggera attorno a quello dei premiati che, forti del verdetto della giuria, stanno in grand’evidenza. Li guarda limitatamente allo spazio consentito tra un gomito e l’altro poiché tutti toccano e fanno a gara a lisciarli. Molti, del pubblico, hanno già in mano il Campionario della mostra. Anche la bella donna dai capelli patinati e di età indefinibile lo ruota con perizia. Non resisto. Debbo parlarle. Subito. Sapere quali sensazioni sta provando in quella folla così invasata da semplici manufatti. Quando mi presento e mi scuso poiché l’importuno, mi sorride felice perché lei viene da lontano e non gli pare vero che un indigeno gli spieghi l’arcano che spinge tanta gente ad accorrere ad una manifestazione culturale che non presta il fianco a mondanità alcuna. Lei, non italiana, lavora a Milano, di mostre, mi dice, molte ne ha organizzate, molte ne vede in un anno ma non nasconde lo stupore (sincero), di vedere qui, in un paesino della bassa avvolto da una nebbia tanto fitta quando appiccicosa e gelida, un simile interesse per dei libri anche se -come recita il titolo-, mai mai visti. Confesso: nemmeno io o gli altri che hanno a che fare con questa manifestazione, in primis, il più generoso e attivo patron, Beppe per gli amici, che a nome della ChicomIga Cultura e di un prodotto battezzato “FOCHISTA” (quasi un gioco alchemico; serve per cuocere con goduria melanzane e pomodori o carni di vario genere), sappiamo bene perché da sei anni a questa parte crescono in modo esponenziale partecipanti, qualità e pubblico. Mi guarda con occhietto disincantato: possibile che io sia così ingenuo? Sì. Bella signora. Sono e siamo così ingenui. Un peccato imperdonabile l’ingenuità, di questi tempi poi. A New York, quando avete esposto i premiati delle prime cinque edizioni cosa vi hanno detto? La risposta più rapida che mi viene la strozzo in gola e cioè che la volevano anche a Los Angeles e mi limito a dire che è andata bene, molto bene. Adesso però la bella signora s’è incuriosita e mi domanda a bruciapelo: ma voi non siete quelli che fate cinema? Deglutisco per la virata d’argomento e per quanto è bene informata; rispondo che sì, siamo gli stessi, cioè la VACA fa cinema, lo scrive, lo produce, ecc. e fa anche Libri mai mai visti e Le celebrazioni garzoniane e pubblica un giornale (questo che state leggendo) e altre cose e progetti. Non mi ero accorto che lì dentro facesse così caldo. Lei, avvolta in una mantella di splendide lane andine non dava segno d’essere a temperatura superiore ai tre gradi centigradi. La botta. Adesso arriva la botta tipo: eclettici! No. Un sorriso ampio, dolce e avvolgente mentre mi presenta il suo accompagnatore: architetto e mitteleuropeo prima ancora d’aver aperto bocca. Un amico si ferma a salutarmi ma s’allontana subito discreto… Dio non gliene voglia. Finite le presentazioni, con il glamour di chi ha ben stretta la preda, eccola col sorriso solare di quel Messico che poi non dev’essere così lontano se lei lo porta qui con tanta freschezza, dirmi soavemente: Ci sono maestri che sostengono che si può fare bene una sola cosa e altri che sostengono che solo più interessi danno vita a qualcosa di culturalmente fecondo. Io sono con questi ultimi. Bella signora qual’è il suo nome? Ho paura di non averlo capito bene e se ci venissero dubbi lei potrebbe esserci di grande aiuto.

Gianfranco Rossi: uno scrittore innamorato del cinema
di Marco Sangiorgi

Cercando nel sottobosco della piccola editoria, bisogna aver naso allenato e intuito, saper cogliere, all’impronta, gli umori eccentrici e bizzosi di certe scritture. Bisogna aver voglia di palpeggiare e in mano soppesare piccoli libri poi entrarvi con rispetto e cautela, solo così si possono scoprire i segreti di taluni autori appartati, considerati sbrigativamente ” minori”. Uno di questi autori, la cui opera meriterebbe maggiore notorietà e attenzione critica, è lo scrittore ebreo ferrarese Gianfranco Rossi (1931-2000) e in particolare una sua raccolta di racconti dedicati al cinema, Gli amici del buio.
Rossi rievoca i suoi percorsi sentimentali, la giovinezza e gli anni di formazione, quando una locandina poteva attrarlo come un richiamo da sirena, pregustando il piacere di abbandonarsi nel buio di una sala, in una nicchia calda e protettiva, accogliente come un grembo. La memoria è ” un film che non si smagnetizza”, a distanza di anni conserva “tutta la sua limpida, sorprendente evidenza”.
Al ritorno dall’esilio svizzero che, con la sua famiglia, lo aveva fortunosamente preservato dall’essere deportato e ucciso, la città che ritrova non è la stessa che aveva lasciato. Le ferite della guerra, le macerie, le ombre dei molti scomparsi, l’aspetto spettrale di cose e persone, nel luglio del 1945 a lui adolescente appaiono come ” volti estranei, sguardi senza sorriso, senza volontà di ricominciare, di credere che tutto è tornato normale”. E’ il cinema, allora, ad offrirgli con il neorealismo una risposta di serietà, di testimonianza, di speranza in una rinnovata civiltà di valori e ideali. Gli ectoplasmi dei volti e dei corpi degli attori e delle attrici si mescolano alla quotidianità di quel momento; e ancora, più avanti, il suo tempo di vita sarà punteggiato sempre dalle storie che il cinema saprà raccontargli, riconfermando una passione contratta nell’infanzia, mai venuta meno in seguito. Ragazzo invecchiato, ancora nella senilità veniva visitato dalle immagini di pellicole ormai lontane, rievocate nel buio di sale frequentate da un pubblico sempre più esiguo, da altre cose attratto; ricorda, in un passo del libro, una proiezione nel 1960 del film L’avventura di Michelangelo Antonioni, allora incompreso e deriso dagli spettatori impazienti, che mal sopportavano i ritmi lenti della narrazione di quell’opera. Si chiedevano rumoreggiando in sala, con i toni dell’invettiva e del sarcasmo, dove fosse finita quell’attrice bella e famosa, Lea Massari, che scompariva dalla scena dopo poche inquadrature e non vi faceva ritorno. Rossi, in quell’occasione amareggiato, la ritroverà anni più tardi, assopendosi in un cnema, conversando con lei comprensiva e affettuosa, nel sogno.
Biobibliografia essenziale
Gianfranco Rossi nasce a Ferrara l’8.11.1931, ebreo, scampa ragazzo, in Svizzera la deportazione. Si laurea a Bologna con Francesco Flora poi insegna in varie scuole del ferrarese, muore nell’aprile del duemila. Alcune opere di narrativa e poesia:
– La contentezza,Roma, Il Ventaglio, 1981
– Il trionfo dello sciamano, Catania, Pellicanolibri, 1983
– I sogni ricorrenti di Biagio Balestrieri, Catania, Pellcanolibri, 1986
– Gli ultimi avventurieri, Ferrara, Libertyhouse, 1987
– L’intreccio, Roma, Il Ventaglio, 1989
– Gli spettatori dimenticati, Milano, La Cisterna, 1991
– Puttaneggiar coi regi, Ferrara, Libertyhouse, 1993
– Come quelli che vivono, Roma, Mancosu, 1993
– Conversazioni con il silenzio, Ferrara, Libertyhouse, 1995
– Memorie senza teatro, Lugo di Ravenna, Ediz. del Bradipo, 1996
– Virtù dal cuore fragile, Ferrara, Corbo, 1997
– Gli amici del buio, Firenze, Passigli, 1997.

Viaggiatori & favole
di Khip Mercuri

Gentile lettore,
hai appena letto una di quelle straordinarie novelle che sono gli antichi racconti di viaggi, quando il narratore favoleggiava di donne leggiadre viste in lontani paesi e di arti misteriose che queste possedevano. Hai chiuso il libro e prima di abbandonarti al sonno hai fatto in tempo a chiederti come diavolo facevano ad immaginarsi simili fantasie se noi che abbiamo, qui e ora, l’abbondanza delle immagini ben difficilmente abbiamo l’accesso a piacevoli sogni ispirate da queste. Al massimo qualche fuggevole pensierino. Scavando nei tuoi ricordi di film senz’altro ti tornano alla mente fotogrammi che ti avevano folgorato e magari rapito per giorni, come certe illustrazioni di libri d’infanzia sacralizzate al primo tocco, mai più dimenticate forse proprio come queste che tu vedi qui sopra. Ho dovuto dirti tutto questo per introdurti alle quattro donne (non vedo perché dovrei usare inutili aggettivi), incise all’acquaforte che illustrano questo numero di “Nick” e quindi farti toccare con mano quanto ancora ti verrò dicendo. Perché devi sapere che anch’io sono un viaggiatore e come Heinrich Schliemann credette a Omero e trovò Troia io ho creduto ciecamente agli antichi viaggiatori e ho scoperto che almeno una di quelle donne leggiadre, capaci delle favolose alchimie di segno che tu qui vedi, esiste. Il suo paese, la Lettonia, è lontano quanto arcano è ancora il suo nome pur in epoca multimediatica. La bellezza della fanciulla e la versatilità nelle lingue (mi ha parlato in un italiano così corretto da farmi arrossire) erano cose tutte vere. Io ti dirò come si chiama perché il suo nome ti resti a mente e tu quando vedrai altre volte quel segno (e lo vedrai, lettore mio, oh se lo vedrai!), tu andrai con la mente a quanto ti ho detto.
Allora ti dico che si chiama NATALIJA CERNETSOVA, è nata a Riga, in Lettonia appunto, nel vicino 1969 e nel ’92 si è laureata all’Università Lettone in Economia e Scienze Bancarie (!), poi dal ’93 al ’96 studia alla Scuola d’Arte di Riga per perfezionare quella passione che già dall’88 l’aveva portata a partecipare a mostre e concorsi e che le ha permesso di realizzare, a tutt’oggi, oltre 180 ex libris che dal 1991 incide con la tecnica dell’acquaforte, la sua preferita. Ora che sai, gentile lettore, che non sempre gli antichi ci hanno raccontato delle favole, goditi le immagini di Natalija con tutta la gioia degli occhi e del sogno, come nell’infanzia.

Anche un film serio può far sorridere…
di Giz

Provate ad entrare in una sala dove proiettano, che ne so, un classico come La dolce vita; riguardatelo senza nostalgia, poi provate ad uscire camminando all’indietro e pensando al contrario. Quale film avete visto, se qualcuno ve lo chiede? Indubbiamente avete creduto di vedere La dolce vita ma in realtà avete visto L’amara morte! Il titolo in sé non è divertente (anzi!) ma il gioco può esserlo.
E così si possono aver visto film come Realtà di un giorno di pieno inverno (Sogno di una notte di mezza estate), Il piccolo caldo (Il grande freddo), Repulsione evitabile (Attrazione fatale), Corridoio murato (Camera con vista), Mucca mansueta (Toro scatenato), Cerca (Evita, ndr. con cambio d’accento), La camomilla nella prateria (Il the nel deserto), L’est è odierno (C’era una volta il west), Passero giallo ti dò la mia pelata (Corvo Rosso non avrai il mio scalpo), Giorni lavorativi a Milano (Vacanze romane), Il cane sul pavimento gelido (La gatta sul tetto che scotta), Morte da gatti (Vita da cani), Da palpare (The Untouchables), Le rare persone pubbliche (I soliti ignoti), La vespa operaia (L’ape regina), Ombre della campagna (Luci della città), Luci gialle (Ombre rosse), Puntuale (Fuori orario), Carlo sta nascendo (L’Agnese va a morire), Conosciuto a Lecce (Anonimo veneziano), Togli pure una sedia (Aggiungi un posto a tavola), Di martedì si sta bene (La febbre del sabato sera), Mango rosso maleodorante (Il profumo della papaya verde), Sai chi pranza fuori (Indovina chi viene a cena), Uomini calmissimi (Donne sull’orlo di una crisi di nervi)…
Oppure si possono improvvisare giochi onomastici con i nomi degli attori, dei registi, sceneggiatori, comparse, operatori, produttori, ecc. (per fare questo vi invito -se già non lo fate di norma- a leggere i titoli di coda!).
Ad esempio, dopo aver visto Fantozzi (il primo, mi raccomando!), si potrebbe continuare a sorridere interrogandosi:
“Sono africani i cugini di Neri Parenti?”
Oppure:
“Paolo Villaggio vive in città?”
Tanti sono i nomi. Infiniti sono i giochi.
…cosa dirà l’oculista quando visita Bellocchio?
Antonio Albanese è italiano?
Pupi Avati ha mai maneggiato burattini siciliani?
Cosa dire quando entrano in casa tua Benvenuti e suo fratello?
Quale formula dovrà usare chi vuol dire che prova sentimenti d’amore a Bentivoglio?
E se Bevilacqua ha sete cosa gli si può offrire?
Cosa può rispondere la Cardinale alla domanda “come sta il Vescovo”?
O la Cenci alla richiesta “passami quei drappi”?
O la Di Lazzaro qualora la si apostrofasse con un “alzati e cammina”?
Roberto Faenza quanti abitanti ha?
La Falchi è un’aquila?
Giuliano Gemma quando festeggerà le nozze di diamante? E Sergio Rubini?
Tonino Guerra è pacifista?
Se esci con Gloria Guida, chi si mette al volante?
Lucchetti, quando esce di casa, chiude la porta a chiave?
Si può offrire un Martini a Martone… o è riduttivo?
A Mollica piacerà la crosta del pane?
Alla Muti piace molto parlare?
Franco Nero è sempre di malumore?
Quanto son grandi le lenti a contatto della Occhini?
Olmi è della Quercia?
Quante possibilità può avere Ugo Pagliai di trovare un ago?
Carlo Ponti come attraversa i fiumi?
è possibile chiedere a Bozzetto se ti fa uno schizzo?
Domenico Procacci sarà d’accordo se tu vai a caccia?
Gigi Proietti da giovane faceva il proiezionista?
Se fai una gita in barca con Remo Girone, dove lo metti?
Salvatores, può sottrarti da un pericolos?
Alberto Sordi ci sente bene?
Cosa ci fanno Alida Valli e Maria Amelia Monti… al mare?
Fabio Testi, scrive?
Per ridere e giocare col mondo del cinema, consiglio inoltre:
Sfiga all’OK Corral. Il grande gioco dei titoli, con la regia di Stefano Bartezzaghi, Einaudi, 1998.

Romagna Eventi 2000-2001
CORTI MA NON SOLI! TUTTI AL “LAMBRETTA”!

Dal 7 novembre e per tutti i martedì fino ad Aprile, al Caffè Sport Lambretta di Cesenatico (FC), ex officina, si terrà la rassegna “Troppo Corti – Cortometraggi nella rete”. E’ un’iniziativa organizzata dal Cineforum Fuoriquadro e Cinemascoppio, in collaborazione con http://www.emmefilm.com. Ogni martedì verranno presentati 45 minuti di film cortometraggi, messi a disposizione dalla Emmefilm, attualmente la casa di distribuzione maggiore in Italia per il settore cortometraggi. Basta dire che da tre anni un suo corto risulta vincitore del David di Donatello (l’Oscar cinematografico italiano).
Gli organizzatori sperano, comunque, di poter avviare una collaborazione anche direttamente con i vari festival presenti in Italia e in regione.
Lo scopo delle serate e dello spazio a disposizione, infatti, è creare una comunità di appassionati del corto, nonchè offrire il maggior numero di informazioni possibile a chi vuole inserirsi attivamente, come videomaker, nella rete dei festival.
A tal fine è presente uno spazio informativo, con riviste, articoli, cataloghi dei festival, ecc. e una postazione Internet, che sarà utilizzata per mostrare i corti in rete, notizie aggiornate o per approfondimenti su richiesta.
Da segnalare che a dicembre 2000 è partita l’iniziativa “FAI VEDERE IL TUO CORTO”: chiunque abbia un corto nel cassetto può contattare gli organizzatori per una proiezione pubblica, ovviamente nella serata del martedì.
Verrà dato spazio informativo anche alle associazioni e gruppi locali che producono fanzine, riviste o che promuovono eventi artistici. Coloro che hanno del materiale da mostrare (anche solo programmi) contattino gli organizzatori.
L’ingresso alle serate è riservato ai soci Fuoriquadro ed è gratuito. Tessera FIC 2000/2001 L. 6000. Inizio proiezioni ore 21.45.

CORTO IMOLA FESTIVAL 2000
mostra concorso internazionale del cortometraggio
Settima Edizione: 31 ottobre – 5 novembre 2000, Imola (BO)
Si è conclusa domenica 5 novembre la settima edizione del Corto Imola Festival, svoltasi al Teatro Comunale Ebe Stignani di Imola. Nelle giornate del festival, particolarmente seguiti gli appuntamenti con il serial di Louis Feuillade Les Vampires, per Star al femminile (rassegna organizzata in collaborazione con la Cineteca di Bologna), dieci episodi -realizzati tra il 1915 e il 1916- che diedero ad Irma Vep/Musidora grande fama; la personale dedicata al geniale Norman McLaren, comprensiva dell’intera opera del celebre autore scozzese; la giornata intorno al mondo dei videoclip, con tavola rotonda e opere di Cris Cunningham. Hanno divertito i Filminuto di Mario Rivas, artista cubano che in sol sessanta secondi di animazione sa raccontare storie sempre diverse.
è stato presentato inoltre, di fronte ad un folto pubblico, il saggio Storia del Circolo del Cinema di Imola; a presenziare all’appuntamento, è giunto a Imola il regista Marco Bellocchio, tra i premiati all’epoca, e che girò a Imola nel ‘66 La Cina è vicina, proiettato al Corto Imola Festival per l’occasione.
I PREMI
La Giuria composta da Piero Crispino (presidente), Zeudi Araya, Tosca d’Aquino, Mario Rivas, Maurizio Totti ha attribuito i seguenti premi:
CONCORSO INTERNAZIONALE

1° PREMIO – COUNTING SHEEP (Contando le pecore), regia di Sven Taddicken, Germania.
Una produzione ben realizzata e molto complessa, con un impianto drammaturgico che miscela ad una tensione senza cedimenti una struttura cinematografica che può far pensare a prodotti molto più maturi. 25′ caratterizzati da un’alta qualità della recitazione, della fotografia, con azione e originalità . Un prodotto completo che riesce ad essere sperimentale e surreale al tempo stesso.
2° PREMIO – PICCOLE COSE DI VALORE NON QUANTIFICABILE, regia di Paolo Genovese e Luca Miniero, Italia.
Una bella storia sentimentale ed intima, realizzata con originalità e semplicità in modo essenziale, caratterizzata da un’ampia visione poetica e umana.
3° PREMIO – LOST WEEKEND, regia di Kari Dagur, Danimarca.
Per la capacità di coinvolgere lo spettatore -e di non annoiarlo- in una storia che manifesta un disagio giovanile abbastanza comune e riconoscibile in molti paesi occidentali; inoltre, si segnala per la buona direzione, con un’ottima regia ed ottimi interpreti.
MENZIONE SPECIALE – BORAN, regia di Huseyin Karabey, Turchia.
Per la denuncia di una piaga sociale dai risvolti drammatici, comune non solo alla Turchia ma storicamente a molti paesi del mondo, quella dei dissidenti curdi, dimostra che la libertà di pensiero è una conquista ancora lontana.
CONCORSO KINDER KINO
Miglior cortometraggio per ragazzi e ragazze – TONY’S PLAY STATION, regia di Stefan Eling, Germania.
Per la capacità di affrontare un argomento attuale e di interesse per noi giovani come l’uso eccessivo dei videogiochi, in maniera divertente ed ironica, attraverso un uso molto originale del disegno e dell’animazione.
PREMIO GIAN MARIO MARIANI
Miglior documentario italiano a sfondo sociale – OVIS SACRA FAMES, regia di Achille D’Onofrio e Alessandro Fraternale Meloni, Italia.
Originale nei contenuti, semplice nel “girato”: gli autori registrano la diversità sociale e l’isolamento volontario di un gruppo di pastori a due passi da casa nostra.
PREMIO CITTA’ DI IMOLA (attribuito dalla giuria popolare composta da studenti delle scuole superiori di Imola).
ALICE DALLE 4 ALLE 5, regia di Gionata Zarantonello, Italia.
Per l’originalità del soggetto e l’abilità delle attrici, elementi che l’autore, attraverso una regia ricca di personalità e attenta ai particolari, ha saputo rendere incisivi in soli sei minuti.

II Concorso “Antonio Ricci”
Corti da Sogni
Il Circolo Cinematografico Sogni ha bandito il II Concorso “Antonio Ricci”: Corti da Sogni. Il festival, organizzato in collaborazione con il Comune di Ravenna (patrocinio dell’Assessorato alla Cultura e allo Spettacolo) ha pensato di dare vita ad un appuntamento originale, in grado di stimolare la creatività e l’interesse del pubblico verso nuove forme artistiche.
I partecipanti sono chiamati a realizzare film dalla durata massima di 30 minuti; limite che per la sezione corto cortissimo è ulteriormente ridotto a 15 minuti.
Gli estremi del concorso:
– il festival si svolge presso la sala Strocchi nell’ultimo week end (o anche qualche giorno prima) di maggio,
– i lavori vanno consegnati entro il 18 aprile presso la Casella Postale Aperta Ravenna Centro, all’attenzione di Davide Vukich Presidente del Circolo Sogni
– I tre premi:
PREMIO DELLA CRITICA: Corto-Cortissimo (particolare categoria a cui accedono i lavori inferiori ai 15 minuti)
MENZIONE SPECIALE: sono ammessi tutti i cortometraggi di qualsiasi durata e genere
GIURIA DEI RAGAZZI: sono ammessi i lavori che per la tematica o per la trattazione appaiono particolarmente adatti agli interessi dei più giovani
MONTEPREMI
Un premio di Lire 2.000.000 (Due Milioni) verrà assegnato al corto vincitore della categoria Menzione Speciale
Un premio di Lire 1.500.000 (Un Milione e mezzo) verrà assegnato al vincitore della categoria Premio della Critica.
Un premio di Lire 1.000.000 (Un Milione) verrà assegnato al vincitore della categoria Giuria dei ragazzi.
Per ulteriori informazioni è possibile rivolgersi:
Davide Vukich tel. 0544-465504 (preferibilmente dopo le ore 20.00)
E-Mail: cinemasogni@libero.it
Sito internet: http://fly.to/sogni