Saggio di una bibliografia garzoniana

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Saggio di una bibliografia garzoniana
a cura di Paolo Cherchi e Walter Pretolani
Russi (RA), VACA, 2007. In 8, pp.150
€ 15,00

 

Introduzione

La reputazione e la presenza culturale di  Tommaso Garzoni (la forma «Tomaso» è antica ed è preferita da alcuni studiosi moderni) di Bagnacavallo (1549-1589) ha conosciuto due fasi, cronologicamente lontanissime tra di loro e diverse in natura: la prima fu contemporanea all’autore stesso, il quale esordì relativamente tardi ma si impose con un cospicuo numero di opere, alcune tanto fortunate da farne risuonare il nome ben oltre la sua morte; la seconda fase è recentissima e sembra così ben avviata e sostenuta da non lasciar prevedere imminenti eclissi, anzi, considerando l’attuale tendenza in crescendo, è possibile prevedere nuovi studi e ricerche sempre più intense.

La distanza cronologica fra i due momenti si avverte nella natura dei prodotti: ai tempi di Garzoni la critica letteraria come noi la intendiamo, ossia come misura di valore estetico, era ai suoi primi passi, mentre oggi è proprio questa misura a creare qualche resistenza nei riguardi dell’opera garzoniana in quanto i lettori odierni la trovano congestionata di digressioni erudite, troppo sollecita di tecniche classificatorie, e troppo aperta a rivelare una tendenziosità polemica.

Per buona fortuna di Garzoni (ma non solo sua), negli ultimi decenni questa misura «estetica» ha conosciuto un grande calo, per cui oggi si parla sempre meno del «bello» letterario e si tende a una valutazione delle opere che potremmo chiamare «culturale», una valutazione basata su criteri più latamente storico-culturali, sulle nozioni di funzione, di tradizione e di contesti piuttosto che su valori estetici: da questo grande mutamento hanno certamente tratto nuovo vigore gli studi garzoniani.

Nella prima fase Tommaso Garzoni veniva ricordato fra gli autori che avevano dato lustro all’ordine religioso al quale apparteneva, se ne elencavano le opere facendone ampi elogi per l’erudizione e il messaggio morale, e ciò avveniva secondo i modi tipici degli storici settoriali e «locali» sei-settecenteschi. Per tutto l’Ottocento fino ai primi del Novecento, il nome di Garzoni affiorava sporadicamente nelle pagine di qualche storico di tradizioni popolari e nelle schede di qualche lessicografo; e in tali occasioni l’opera citata era quasi esclusivamente La Piazza. Tuttavia, proprio negli anni attorno alla prima guerra mondiale, ci fu uno studio di Clemente Della Corte del tipo «vita e opere», in cui per la prima volta veniva presa in esame l’intera opera garzoniana, si tracciava un profilo biografico dell’autore, si faceva un regesto delle edizioni e si valutava il valore letterario di ciascuna opera: era, insomma, un lavoro non privo di merito soprattutto perché trattava un argomento pressoché inedito. Ma probabilmente le difficoltà del periodo in cui apparve, il giudizio non benevolo del Giornale Storico della Letteratura Italiana, la schematicità dell’impianto e alcune ingenuità nella valutazione (comprensibili in un lavoro che doveva essere frutto di una tesi di laurea) fecero sì che il lavoro rimanesse senza eco e senza seguito apprezzabile.

Attorno agli stessi anni ci fu un tentativo di riproporre Garzoni «per via diretta», cioè rendendo accessibile a un pubblico vasto opere che da secoli ormai non venivano edite. Ciò fece la collana di Giovanni Papini, «Scrittori nostri», incaricando Francesco Marchionni di pubblicare l’Hospidale dei pazzi incurabili. La scelta cadeva su un’opera abbastanza snella e dal titolo curioso, di sapore «futurista» o almeno «scapigliato». Il curatore la presentava come l’opera di un «ribelle», il quale avrebbe sfidato il tribunale dell’Inquisizione e più in genere l’establishment culturale di stampo umanistico-rinascimentale esaltando la pazzia e facendo grandi concessioni agli aspetti «irregolari» della scrittura, così distante dalle norme del classicismo rinascimentale.

Era uno «scrittore nostro», cioè rappresentante di quella cultura italiana messa in penombra dalla tradizione accademica italiana e che la collana di Papini voleva riportare alla luce nel tentativo di modificare il canone della storiografia letteraria italiana.

Risultò che l’unica opera di Garzoni ad essere stata pubblicata dopo tanti secoli, e l’unica ad essere accessibile per vari decenni a venire, ebbe il merito di presentare un ritratto di un canonico ribelle, da associare a scrittori come Aretino, Franco, Lando, Doni, scrittori definiti ora «ribelli» ora «poligrafi» ora «anticlassici» o con etichette simili che servirebbero ad indicare la natura contestataria di questa fronda intellettuale. Nel complesso l’inquadramento di Garzoni fra questi scrittori non sembra avergli portato fortuna: con alcuni di loro condivideva il gusto per le tecniche classificatorie, per una certa erudizione spicciola e aneddotica, per il compiacimento di una lingua che accoglie il livello del quotidiano e perfino del crasso; tuttavia si distingue da loro per il modo di trattare temi in comune, per la qualità dell’erudizione, per il tono polemico e per la diversità dei bersagli polemici; e queste differenze, anziché portare a modificare l’immagine del canonico bagnacavallese, tendevano a sminuirne la statura di fronte a quella più vistosa di un Doni e di un Lando, fatti oggetto di ripetuti studi.

Va anche detto che quegli aspetti allontanavano i lettori da Garzoni in quanto la fronda che gli si attribuiva e le tecniche enciclopediche, vistose nelle sue opere, erano lontanissime dall’idea del «bello» letterario allora vigente. È curioso notare che il maggior teorico del «bello» letterario, Benedetto Croce, dedicava un saggio al nostro autore, e incoraggiava l’allestimento di un’antologia delle pagine più belle di Garzoni, e non erano poche; ma quell’incoraggiamento cadeva nel vuoto sia perché il pubblico aveva ben altre cose da considerare (si era nel pieno della seconda guerra mondiale), e molte cose sarebbero cambiate nel dopoguerra quando al criterio del bello successe quello del «realismo» in senso marxista. Le cose effettivamente sono cambiate notevolmente da quando si è tornati sul rapporto di Garzoni con gli scrittori «irregolari» ricordati, ma per capovolgerne i risultati: si è capito, infatti, che le similarità e differenze dagli scapigliati dipendevano dal fatto che egli dirigesse proprio contro di loro le sue frecce polemiche, e che per questo usasse i loro stessi temi e le loro tecniche per convogliarle ad altri fini.

Eppure la tentazione di vedere nel Nostro Canonico un ribelle non è morta del tutto, anzi ha guadagnato terreno perché si è sostenuto che Garzoni si ribellasse alla Santa Romana Chiesa, naturalmente facendolo in modo discreto tanto da riuscire a scampare dal rogo, ma non tanto da avere gli onori funebri che erano riservati a tutti i membri di un ordine religioso morti in grazia di Dio e di Santa Romana Chiesa.

Una tesi del genere fa presa su una frangia di lettori i quali ritengono che l’opposizione alla Chiesa faccia crescere di molte spanne la statura di qualsiasi intellettuale. Va senza dire che lettori di questo tipo sono storici inattendibili che pur di provare le loro tesi insinuano addirittura che il Nostro sia morto di avvelenamento deciso sicuramente in qualche misteriosa sagrestia.

Chi volesse promuovere un Garzoni «progressista» dovrebbe solo mettere in evidenza la difesa del lavoro che egli fa nella Piazza, oppure il modo in cui definisce la pazzia nell’Hospidale, oppure la sua lotta contro la superstizione che fece nel Serraglio, lotta affatto in linea con la politica culturale della Chiesa tridentina, o può senz’altro limitarsi ad esaminare le sue tecniche enciclopediche con le quali il mondo manierista cercava di «dare ordine all’ordine», trovando un criterio che desse una qualche stabilità a un mondo inquieto, troppo inquieto.

La fortuna moderna di Garzoni comincia nella seconda metà del Novecento. Ne danno un preavviso alcuni capitoli della Piazza ristampati in opere dedicate al teatro (in particolare alla Commedia dell’arte), alla cucina o a temi del lavoro in genere, e sembra annunciarla anche la presenza sempre più frequente di riferimenti alle opere garzoniane in saggi che trattano di malattie mentali, di raccolte di aneddoti e di fatti lessicali, specialmente del linguaggio settoriale di cui la Piazza offre un deposito impareggiato.

L’inaugurazione ufficiale, per così dire, del recupero moderno si può fissare al 1972 con l’edizione di una raccolta di opere garzoniane a cura di Paolo Cherchi presso l’editore napoletano Fulvio Rossi, edizione che presto risultò irreperibile perché l’editore abbandonò l’impresa di pubblicare una collana di classici. Comunque Giovanni Macchia colse subito l’importanza del Nostro perché nel 1978 incluse alcuni discorsi della sua opera nell’antologia I moralisti classici da Machiavelli a La Bruyère, collocandolo così al centro di quel movimento epocale che veniva spostando il discorso etico dal campo delle virtù a quello delle passioni; e in questo Garzoni si affiancava ai Montaigne e ai La Bruyère.

Un ulteriore impulso al revival dell’autore romagnolo venne dalla monografia che Paolo Cherchi pubblicò nel 1980 in cui molti aspetti della produzione venivano messi nella dovuta luce: dalla matrice dell’enciclopedismo che colora tutte le opere – enciclopedismo avente le sue radici tanto nell’umanesimo emiliano quanto nelle discussioni tassonimiche dell’epoca – alle motivazioni polemiche che spingevano l’autore a polemizzare contro gli scrittori «scapigliati»; in quel lavoro d’insieme Cherchi dava un primo saggio del grande fenomeno tardo-rinascimentale della riscrittura, e inseriva i temi maggiori dell’opera garzoniana (pazzia e ingegno, ignoranza, prassi sociale e criteri tassonomici) nel largo contesto culturale europeo.

A partire da quegli anni si è avuto un numero sempre crescente di saggi e di edizioni miranti a spiegare, o a chiarire e a documentare, questo o quel punto delle opere garzoniane, e a rendere accessibili testi che fino a quel punto si potevano consultare solo in biblioteche, dove giacevano coperti di polvere fra i libri rari.

Quest’attività ha spinto l’amministrazione del Comune di Bagnacavallo a farsene un regista di primo piano, e il suo intervento in questo senso ha dato frutti notevoli. In occasione del quarto centenario della morte del Nostro organizzò un ciclo di conferenze, e promosse celebrazioni teatrali e attività di altro tipo, fra cui l’edizione anastatica della Piazza Universale.

In Romagna è nata una società di amici di Garzoni, l’associazione Vaca («vari cervelli associati», prendendo lo spunto dal titolo del Teatro dei vari e diversi cervelli mondani di Garzoni) che ha incessantemente svolto attività culturali attorno all’illustre figlio di Bagnacavallo, e ora, in collaborazione col Comune, promuove questa bibliografia.

L’impegno degli «amici di Garzoni» trova conforto dalle notizie che arrivano da varie parti, da saggi che appaiono in varie lingue, dal fatto che spesso in conferenze internazionali, dall’America alla Germania passando per la Spagna, per la Francia e l’Inghilterra, le opere di Garzoni siano diventate argomento frequentato e seguito con attenzione.

L’interesse si allarga e si diversifica, e i contributi si susseguono. Frequenti sono diventate le scoperte di autori italiani e stranieri che imitano o plagiano l’opera del Nostro Canonico, e ogni scoperta reca una forte dose di sorpresa perché sembra molto improbabile che un autore dimenticato per tanti secoli come un prodotto locale e provinciale sia stato invece ricco di linfa per tanti uomini di cultura al di qua e aldilà delle Alpi. Non sorprenderà se ricerche in tal senso portino a scoprire molti ammiratori fra gli autori moderni, a cominciare da Manzoni per finire con Gadda, Manganelli, Eco, Celati…

Allora, perché una bibliografia proprio nel bel mezzo di tanta effervescenza? Le bibliografie – come del resto anche i manuali – si compilano per gli autori che abbiano raggiunto un livello di classicità, che presentino un profilo ben stagliato e fissato tanto da poterlo inscrivere entro una cornice ben ferma; ma Garzoni, da quanto abbiamo detto, è un autore di cui si comincia a capire l’importanza e il ruolo soltanto da qualche decennio, e nel complesso sembra un argomento di lavoro ancora in progress, pertanto una bibliografia parrebbe immobilizzarne la vitalità.

Infatti non mancherà qualche scettico che guardi con una certa sufficienza questa iniziativa e la ritenga prematura o pretenziosa. La risposta, però, è semplice: questa bibliografia vuole offrire soltanto un bilancio del lavoro fatto; se poi ne ricava qualche compiacimento non lo si condannerà per questo, specialmente se a minimizzare la colpa si mette in conto il valore che può avere per ulteriori ricerche su Garzoni.

Intanto si può discutere se Garzoni sia ancora lontano dall’occupare un posto stabile nelle storie della letteratura italiana; tuttavia il fatto che le più recenti – per esempio la Piccin-Vallardi – gli dedichino varie pagine o almeno alcuni corposi paragrafi risponde abbastanza persuasivamente alla questione.

Si può anche discutere sull’opportunità di fare una sosta proprio a questo punto in cui la ricerca sembra più intensa e produttiva, o se non sia meglio rimandarla a tempo indeterminato: ma è chiaro che la sosta non significa desiderio di riposo ma sia piuttosto un auspicio a proseguire con sempre nuovi titoli. Tuttavia ciò che giustifica in modo non opinabile una rassegna bibliografica dei materiali di cui disponiamo e del lavoro fatto fino ad ora è che essa offre una sorta di mappa in cui possiamo vedere immediatamente i percorsi che la ricerca garzoniana ha privilegiato, i sentieri che ha lasciato in penombra, e quelli che rimangono del tutto inesplorati: una mappa, insomma, con notevoli pieni e vuoti fra i quali si intravvede la possibilità di aprire nuove strade.

In effetti una scorsa rapidissima ai titoli ci dice che nella maggior parte s’incentrano sulla Piazza e sull’Ospidale, mentre nessun saggio viene dedicato ai lavori filologici di Garzoni (egli fu editore delle opere di Ugo di San Vittore, e tradusse il Colloquium di Dionigi Cartusiano), quasi niente è stato scritto sul Serraglio, e sorprende che il Teatro, opera con cui Garzoni esordì, abbia avuto un numero relativamente povero di spettatori, e che questo sia il caso anche della Sinagoga, l’opera in cui Garzoni attinge il livello più alto della sua scrittura.

Lo stesso si potrebbe dire dei temi che Garzoni trattò: molti sono gli studi sulla pazzia, ma quasi nessuno sull’ignoranza, benché nel Rinascimento fosse un tema di vitalità e di importanza pari a quello della pazzia; molto si continua a scrivere sulle varie professioni e mestieri esaminati nella Piazza, soprattutto per ricavarne testimonianze sulla vita di quei secoli, ma si sorvola sulle idee relative ai politici e ai religiosi ai quali l’autore dedica densi capitoli; molto si scrive sulle donne alle cui funzioni e problematiche Garzoni si mostrò sensibile, ma poco si dice sulla conoscenza dei classici con cui lui amava tessere i suoi discorsi; del tutto trascurato è il lavoro da teologo svolto dal Nostro, e la negligenza risulta tanto più grave quando si pensa al ruolo che la teologia ebbe nel contesto della cultura controriformistica. Sono osservazioni rapide ma lasciano capire quanto rimanga ancora da fare, e quali siano le direzioni sulle quali bisognerebbe indirizzare le energie. Se la presente bibliografia riuscirà a fare almeno questo, la sua ragione d’essere non dovrebbe richiedere altri sostegni.

La mappatura indicata ci dice anche alcune cose sulla fortuna storica dell’opera presso i contemporanei dell’autore. Vediamo, per esempio, che «il trittico garzoniano», ossia il Teatro, l’Ospidale e la Sinagoga, tutte e tre dedicate allo studio dell’ingegno e del carattere, conoscono una fortuna editoriale che non supera la barriera dell’anno 1600, o furono pubblicate dopo quella data solo eccezionalmente o come parte della collezione di Opere che nel primo Seicento furono pubblicate in due edizioni diverse. Come spiegare questo fenomeno? Perché non avvenne lo stesso per l’opera maggiore, la Piazza, che  continuò ad essere pubblicata con una certa regolarità fino alla seconda metà del secolo?

Si può pensare che le opere del trittico siano, tematicamente e stilisticamente, di natura manierista, mentre la Piazza incontri molto bene le aspettative più vive dell’erudizione fiorita alla maniera barocca? O sarà che l’originalità della Piazza sia tale da non aver avuto degne sostituzioni per un lunghissimo periodo? E in questa mappa, come spiegare il caso isolato del Serraglio? Pur ammettendo che sia un’opera postuma e lacunosa, non si può ignorare il fatto che sia un’opera di grande originalità, almeno al momento della concezione, cioè prima che arrivassero sul mercato le opere di un Maioli o di tanti autori di temi «occultisti».

Un’altra serie di problemi suscitati dalla nostra mappatura riguarda l’aspetto della tradizione testuale. Nella rassegna delle varie edizioni si fa spesso menzione di tagli e aggiunte sui paratesti, cioè i frontespizi, le dediche, gli indici e altri aspetti che si spiegano facilmente con il cambio di editori e con tutti gli accidenti che possono intervenire nella trasmissione di qualsiasi testo, e specialmente dei testi garzoniani, così ricchi di dati e di cataloghi da confondere o almeno distrarre tipografi e correttori.

In genere, però, gli editori moderni hanno fino ad ora evitato un impegno del genere, limitandosi a produrre edizioni che potremmo chiamare «di servizio», abbastanza fededegne ma non certo «critiche» nel senso voluto da tale etichetta.

A essersi mosso in questa direzione è stato Luciano Carcereri (quem vide), il quale ha fatto un regesto di tutte le edizioni della Piazza, non tanto, o non solo, per puntare verso un’edizione critica ma per valutare le accidentate vicende testuali che non sono sempre da vedere come un processo in peggioramento bensì anche come un segno della vitalità propria di un’opera che dagli editori veniva dedicata a nuovi patroni e veniva leggermente adattata a un pubblico sempre mutevole: era il prezzo che la Piazza pagava per conservare una sua certa «attualità».

Stefano Barelli (q. v.) ha prodotto recentemente una «edizione critica» dell’Ospidale, lavoro che, indipendentemente dai meriti ecdotici, documenta molto bene, attraverso l’apparato di varianti, come l’opera abbia avuto una vita disegnata in parte dal pubblico al quale di volta in volta si rivolgeva. Comunque, indipendentemente dai risultati propriamente testuali, rassegne come queste di Carcereri fanno percepire indirettamente quale domanda di mercato fosse dietro il gran numero di edizioni: infatti, come vedremo anche dalla nostra mappatura, molte edizioni non erano che delle semplici ristampe di edizioni precedenti.

Così si spiega perché molte edizioni siano quasi identiche, o che lo siano per periodi compatti, per esempio le edizioni intercorrenti fra il 1589 e il 1605, poi quelle fra il dopo 1605 e il 1617, e poi quelle successive a questa date, per cui si può parlare di tre diverse «vulgate» ciascuna delle quali ha originato una propria serie di edizioni.

Ora, ci piace pensare che un pregio della presente bibliografia sia quello di suggerire campi di lavoro. Ma non può limitarsi a questo: non c’è dubbio, infatti, che la funzione maggiore di ogni bibliografia, quindi anche della nostra, sia quella di offrire uno strumento di consultazione per chi lavora su un determinato argomento. E a questo fine la bibliografia migliore è quella che coniuga i criteri di esaustività dei prelievi con l’organizzazione degli stessi in modo da agevolarne l’utenza.

Quanto all’esaustività si è fatto il possibile per raggiungerla, cercando, però, di evitare ogni eccesso di zelo pedantesco. Infatti, cosa costituisce un autentico dato bibliografico? Nessun dubbio che un libro o un articolo su Garzoni o un’edizione di una sua opera siano materiali che non possono mancare in una bibliografia garzoniana. Ma si dovranno includere anche i critici o gli storici della letteratura che menzionano di sfuggita il nome del Nostro, o che gli dedicano qualche riga o anche qualche paragrafo? E dovremmo includere anche le voci che si leggono in varie enciclopedie, come per esempio la voce di poche righe che si trova nell’enciclopedia «garzantina» della letteratura (queste «voci» a volte sono rivelatrici delle idee dominanti: nella fattispecie Garzoni sarebbe uno scrittore di erudizione varia e bizzarra che «non nasconde però un’ansia di palingenesi sociale e religiosa»!)? Non riteniamo un’omissione grave la dimenticanza programmatica di questo tipo di dato enciclopedico, quasi sempre prevedibile e altrettanto spesso privo di utilità. Di contro, abbiamo ritenuto bibliograficamente rilevanti le note linguistiche e la pagina o le poche pagine che si trovano in lavori generali se servono a chiarire o a discutere o a problematizzare o a inserire in un contesto culturale particolari aspetti della produzione garzoniana.

Ugualmente utili ci sono sembrate le recensioni su lavori garzoniani (edizioni e saggi) perché portano avanti un discorso critico, sia che abbiano il taglio accademico sia che abbiano quello giornalistico da pagina culturale. E in effetti alle numerose recensioni dedicate alle edizioni della Piazza abbiamo riservato una sezione speciale, pur essendo consapevoli che in questo campo l’esaustività è un ideale difficile da raggiungere: molti quotidiani di provincia hanno recensito le anastatiche ravennati delle opere garzoniane apparse attorno al quarto centenario della morte dell’autore, e soprattutto molte recensioni sono apparse sulla stampa nazionale in occasione delle due edizioni della Piazza uscite contemporaneamente. Si tratta spesso di una letteratura senza pretese scientifiche; tuttavia è molto importante come documento dell’interesse che le opere garzoniane hanno suscitato; ma è anche vero che si tratta di una letteratura effimera per cui non sempre è stato possibile consultarla o addirittura individuarne l’esistenza. Comunque le recensioni che non superano di molto la dimensione e la funzione dell’annuncio  pubblicitario non sono state registrate.

I dati in scheda sono di due tipi, riguardanti rispettivamente le edizioni e la letteratura critica. Questi ultimi non presentano difficoltà di alcun tipo: una volta identificati, sono stati registrati secondo le norme convenzionali, ossia titolo e informazioni editoriali; tutt’al più qualche dubbio è sorto circa la sezione in cui dovrebbero entrare. Più difficile è stata la registrazione dei dati relativi alle edizioni perché da una parte non si poteva fare un lavoro specialistico e dall’altra si volevano registrare elementi sufficienti per identificare ogni pezzo. In altre parole: le convenzioni bibliografiche vogliono che dei libri si riportino il frontespizio, utilizzando caratteri diversi per indicare linee diverse, indicando la marca editoriale, il colophon, il numero di pagine, le segnature e il formato. Un lavoro del genere non era nel nostro piano. Intanto per poterlo fare con rigore bisognava vedere un esemplare o vari esemplari di tutti i testi rassegnati e delle rispettive edizioni. In mancanza di questa possibilità, e consapevoli del fatto che la visione di un esemplare non dice necessariamente la storia di tutti gli altri circolanti sotto lo stesso frontespizio, abbiamo optato per una soluzione limitata ma sufficiente al nostro bisogno, con l’auspicio che altri intraprendano un lavoro del genere.

Di ogni edizione abbiamo riportato il frontespizio, il colophon – sempre che questo esista e abbia un valore individuante –, il numero delle pagine e il formato.

Molti testi sono stati ispezionati personalmente; altri, invece, sono stati reperiti per via internet nei grandi cataloghi dell’opac, dell’sbn, dell’Iccu, della Bibliothèque Nationale Française, della National Union Catalogue statunitense, della Oxford University Library, della British Library, della biblioteca universitaria di Barcellona e della Nacional di Madrid, e di altre biblioteche europee e americane. Molti di questi cataloghi indicano le pagine e le segnature, ma viste le frequenti discrepanze in questo ultimo settore (dovute a diversi criteri di catalogazione o ad esemplari diversi, oppure a semplici errori?) si è evitato di riprenderle.

Uno sforzo notevole si è fatto invece per vedere la presenza e la stabilità dei paratesti (dediche, componimenti poetici elogiativi, tavole di indici, prefazioni e simili) perché sono le parti più fragili di un’opera, quelle che subiscono facilmente alterazioni: per questo offrono un pregevole strumento di lavoro per indicare mutamenti.

La bibliografia è divisa in diverse sezioni. Quella iniziale riguarda gli «Strumenti e opere d’insieme» che comprende le opere citate in forma abbreviata: non sono molte, ma poiché vengono ricordate con una certa frequenza è sembrato un ricorso pratico darne l’elenco in limine in modo da snellire il resto del lavoro. Le fonti bio-bibliografiche alle quali normalmente si attingono dati attinenti alla vita e alle pubblicazioni del Nostro. Le «Opere generali» su Garzoni, ossia lavori che trattano in generale dell’opera garzoniana, non solo, dunque, biografia ed elenco di opere, ma analisi delle stesse e del contesto culturale in cui videro la luce. Non vengono elencate le prefazioni alle edizioni moderne che, per dovere d’ufficio, tracciano sempre un profilo generale dell’autore prima di soffermarsi in modo specifico sull’opera curata. Segue quindi la sezione «Opere: edizioni e studi» più propriamente bibliografica, in cui si indicano le edizioni antiche e moderne di tutte le opere garzoniane, ed è suddivisa in tante sotto-sezioni quante sono le opere stesse, disponendole secondo l’ordine cronologico in cui apparvero. Ad ogni opera precede un cappello illustrativo in generale. Segue quindi un elenco delle edizioni della stessa, eventualmente una lista di parti ristampate come «extravaganti», ossia fuori dell’opera (in antologie o in altri testi), quindi un elenco delle eventuali traduzioni. A tutto ciò fa seguito la lista degli studi dedicati all’opera in questione. È sembrato più utile ordinare gli studi in ordine cronologico anziché in ordine alfabetico perché il primo offre il vantaggio di far vedere il «progresso» della ricerca, e comunque un indice finale di autori consentirà di fare una ricerca anche seguendo l’ordine alfabetico. Da aggiungere il fatto che per la Piazza sono stati fatti, per rassegnare le numerose recensioni, quattro capitoli: quello riguardante l’anastatica ravennate; quello per l’edizione Einaudi; quello sull’edizione Olschki; e quello dedicato alle  recensioni delle due ultime edizioni assieme. Chiude questa sezione un capitolo che riguarda le opere perdute e le opere apocrife.

Infine una ultima sezione intitolata «Presenze di Garzoni», è suddivisa in «Varia» e in «Studi comparativi. Fortuna di Garzoni nelle letteratura italiana e straniera».

«Varia» elenca lavori generali riguardanti temi toccati nell’opera garzoniana, oppure temi difficili da classificare nella griglia appena descritta. Tale è l’opera di Mauricio Jalón La Plaza de las ciencias che nel titolo richiama la metafora garzoniana della Piazza universale, ma in realtà è una storia della querelle des anciens et de modernes nel campo delle scienze; tuttavia l’autore dichiara esplicitamente la sua dipendenza da Garzoni, e illustra il concetto e il piano garzoniano di costruire una sinossi delle scoperte scientifiche del passato e del presente: ciò costituisce un titolo sufficiente per giustificare l’inclusione di tale opera nella nostra bibliografia.

In «Studi comparativi. Fortuna di Garzoni nelle letteratura italiana e straniera» si elencano gli studi dedicati all’influenza dell’opera garzoniana su autori italiani e stranieri.

Chiude il lavoro un indice dei nomi che consentirà di fare un’operazione di controllo e di consulta, riguardante il contributo di studiosi e di editori.

Nonostante le cure e la diligenza, questo lavoro ha qualcosa di provvisorio. Rimane molto da fare, e probabilmente rimane molto da correggere su quello che è già stato fatto. Il motore della nostra impresa è stato il desiderio di offrire ai «garzonisti» uno strumento di lavoro che registri per la maggior parte le loro fatiche, i loro studi e le loro ricerche: ci pare che sarebbe nell’interesse di tutti i garzoniani prendere questo lavoro come base per una bibliografia che con il loro aiuto potrebbe avvicinarsi alla perfezione. Intendiamo dire che la forma attuale di questa bibliografia è aperta alla collaborazione di tutti gli utenti che vorranno segnalarci dati da incorporare nella versione definitiva, e saremmo grati a quanti vorranno segnalarci sviste perché nella versione finale le macchie siano per lo meno invisibili, anche se non scompariranno mai del tutto.

Nel licenziare questo lavoro non rimane che ringraziare gli enti che l’hanno caldeggiato e sostenuto. In primo luogo l’amministrazione cittadina di Bagnacavallo, rappresentata dal sindaco Laura Rossi, dagli assessori alla cultura Lucia Betti, prima, e Nello Ferrieri oggi. La Banca Credito Cooperativo ravennate & imolese che l’ha sponsorizzato. Il dirigente Giuseppe Masetti e gli addetti alla biblioteca comunale Taroni di Bagnacavallo, Fulvia Tamburini e Patrizia Carroli che, assieme a Renzo Foschini, hanno prestato tutta l’attenzione e l’aiuto necessario (e non era poco!) poiché qui si trova il fondo Tomaso Garzoni fornito di tutte le edizioni princeps italiane, di copia delle edizioni moderne, degli studi contemporanei: tesi di laurea sul Nostro, saggi, articoli dei giornali e i recenti copioni teatrali.

Questo lavoro sarebbe stato comunque molto più faticoso senza la generosa attenzione del personale delle biblioteche in cui abbiamo condotto le ricerche: l’Ariostea di Ferrara, la Classense di Ravenna, l’Archiginnasio di Bologna, la Marciana di Venezia. Per la biblioteca Saffi di Forlì, il cui fondo Piancastelli è senz’altro il più ricco di opere garzoniane: contiene 21 delle edizioni della Piazza, includendo le traduzioni in tedesco, e in spagnolo; dieci edizioni del Teatro, sette dell’Hospidale compresa quella originale francese, entrambe le edizioni delle Vite delle donne illustri, ed entrambe le edizioni  delle opere di Ugo di San Vittore, curate dal Garzoni; tre edizioni della Sinagoga, un esemplare delle Rime piacevoli, un’edizione de Gli due Garzoni, due del Serraglio; non troviamo ringraziamenti adeguati per il direttore, per il personale e, in particolare, per Antonella Imolesi, curatrice del fondo Piancastelli che ha agevolato l’ispezione del materiale con non comune competenza e generosità. Come si vede sono nella maggior parte biblioteche della zona in cui Garzoni operò: è vero che le sue opere sono nelle biblioteche maggiori del mondo, ma è bello pensare che le custodi privilegiate sono quelle della sua terra perché da esse viene quel senso di umore, quel sapore del quotidiano che  l’erudizione del canonico bagnacavallese riuscì a esaltare.

Un affettuoso ringraziamento infine al professor Sergio Corsi, della Loyola University di Chicago, per il suo prezioso contributo a migliorare il testo e a quanti, a vario titolo, hanno contribuito alla realizzazione di questo lavoro.

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